ACN, AI e cyber: la guerra del potere digitale
ACN sotto pressione, HTTP/2 bomb e Miasma sul fronte cyber, Trump e OpenAI sul fronte AI: la settimana del rischio digitale.
Caro lettore,
questa settimana la tecnologia torna a fare quello che fa sempre quando viene raccontata senza filtri: toglie la vernice istituzionale dalle cose. Da una parte c’è l’uscita di Bruno Frattasi dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, con l’arrivo di Andrea Quacivi e con una domanda che resta appesa sopra Palazzo Chigi come un neon guasto:
ACN difende il Paese o sta diventando l’ennesimo fortino pubblico attraversato da cordate, carriere, premi e guerre interne?
Dall’altra parte c’è la sicurezza informatica vera, quella che non aspetta i convegni e non si commuove davanti alle slide. HTTP/2 bomb dimostra che anche un protocollo maturo può diventare un’arma se compressione, memoria e controllo di flusso vengono combinati con cattiveria tecnica. Miasma, invece, entra nei pacchetti npm di Red Hat e ricorda agli sviluppatori una cosa che chi segue la cybersecurity da anni ripete quasi fino alla nausea: la supply chain non è un dettaglio, è il cuore esposto del software contemporaneo. Poi c’è il terzo livello, quello geopolitico. Donald Trump lega intelligenza artificiale, modelli frontier e cybersecurity nazionale in un ordine esecutivo che punta tutto su innovazione rapida, cooperazione volontaria e difesa federale. Nello stesso quadro, OpenAI concede accesso anticipato ai propri modelli più avanzati alle agenzie statunitensi, mentre la Finlandia sorveglia il fondale marino per proteggere i cavi sottomarini. Sembrano storie diverse, ma raccontano la stessa epoca: chi controlla modelli, reti, pipeline e infrastrutture controlla il potere reale.
Questa è una newsletter molto triste:
è scomparsa prematuramente Carola Frediani. Siamo in pochi da anni a battagliare sui diritti digitali facendo informazione, e da oggi saremo in meno!
Condoglianze di Matrice Digitale alla famiglia
ACN, Frattasi lascia e Quacivi eredita la guerra interna
L’uscita di Bruno Frattasi dalla guida di ACN non va letta come un semplice passaggio di consegne. Sarebbe troppo comodo, troppo istituzionale, troppo italiano nel senso peggiore del termine. Qui non si chiude una fase amministrativa: si apre finalmente il cofano di una macchina raccontata per anni come presidio della sicurezza nazionale e apparsa invece sempre più simile a un laboratorio di potere pubblico. Frattasi era stato criticato perché non veniva dal mondo tecnico della cybersecurity. Era un prefetto, un uomo dell’amministrazione della sicurezza, non un analista malware, non un reverse engineer, non un dirigente cresciuto tra SOC, incident response e threat intelligence. Ma questa critica, da sola, non basta. Un’agenzia nazionale non deve solo capire il malware. Deve gestire ministeri, fornitori, intelligence, infrastrutture critiche, rapporti europei, cloud, norme, appalti e pressione politica. Il problema, quindi, non era semplicemente Frattasi non tecnico. Il problema era capire se ACN fosse davvero diventata una struttura capace di produrre sicurezza misurabile oppure una nuova zona franca dove la parola cybersicurezza serviva a rendere intoccabili vecchi meccanismi di potere.
L’arrivo di Andrea Quacivi cambia il profilo del vertice, ma non cancella la domanda. Quacivi arriva da Sogei, cioè da una delle strutture più decisive dell’informatica pubblica italiana. Non arriva dal chiacchiericcio cyber da convegno, ma da una macchina che gestisce processi, sistemi fiscali, servizi dello Stato, dati e continuità operativa. Questo può essere un vantaggio. Può portare metodo, infrastruttura, disciplina, controllo dei processi. Ma può anche diventare il modo più elegante per normalizzare l’esistente senza toccare davvero il problema. Perché il nodo non è solo far funzionare ACN meglio. Il nodo è capire chi l’ha occupata, chi la influenza, chi beneficia delle sue carriere, dei suoi premi, dei suoi affidamenti e della sua opacità amministrativa. La storia di ACN non nasce con Frattasi e non finisce con Quacivi. Porta ancora il peso della stagione di Roberto Baldoni, primo direttore generale e figura attorno alla quale si è costruita l’ossatura originaria dell’agenzia. Baldoni rappresentava la fase tecnica e accademica. Frattasi ha rappresentato la normalizzazione amministrativa. Quacivi incarna il ritorno alla grammatica infrastrutturale del digitale pubblico. Ma in tutte e tre le fasi resta intatta la questione più scomoda: la cybersicurezza italiana è stata costruita come capacità nazionale o come nuovo contenitore di potere per apparati, cordate, fornitori e carriere protette?
Il caso delle nomine interne è la spia più evidente di questo problema. Le indiscrezioni su una delibera con sei direttori e ventisei incarichi o posizionamenti organizzativi, firmata prima dell’uscita di Frattasi e poi revocata, non sono un dettaglio burocratico. Sono il sintomo di una guerra. In una struttura giovane, ogni posizione assegnata oggi costruisce gerarchie che pesano per anni. Chi viene messo nel punto giusto al momento giusto non occupa soltanto una scrivania: occupa una traiettoria di carriera, blocca spazi futuri e definisce rapporti di forza interni. È il vecchio manuale Cencelli applicato alla cybersecurity. Solo che qui non si distribuiscono poltrone qualsiasi. Qui si presidia un’agenzia che deve trattare NIS2, infrastrutture critiche, perimetro cibernetico, incidenti nazionali, fornitori strategici, piattaforme pubbliche, cloud e rapporti con l’Europa. Se la sicurezza nazionale diventa il linguaggio nobile con cui coprire dinamiche ordinarie di lottizzazione, allora il problema non sono solo gli hacker. Il problema è lo Stato che usa la guerra ibrida come scenografia e continua a muoversi con le stesse logiche che lo hanno reso fragile.
Il capitolo economico rende tutto ancora più indigesto. ACN nasce anche per attrarre competenze che la pubblica amministrazione tradizionale non riuscirebbe mai a pagare. Questo principio è corretto. La cybersecurity costa. Chi sa difendere reti, dati, cloud, infrastrutture e servizi essenziali non può essere trattato come un funzionario qualunque. Ma stipendi elevati, premi e trattamenti ispirati a modelli privilegiati diventano politicamente indifendibili se non sono legati a risultati verificabili. Pagare bene chi protegge davvero il Paese è doveroso. Costruire una rendita interna per profili non sempre riconducibili a competenze cyber consolidate è un’altra cosa. Qui si apre la ferita più ampia. ACN doveva essere il presidio della difesa cibernetica nazionale. Invece rischia di diventare un ammortizzatore di lusso dello Stato, un luogo dove la cybersicurezza diventa formula magica per giustificare assunzioni, avanzamenti, premi, incarichi e opacità. Avvocati, economisti, amministrativi e figure ibride possono servire in un’agenzia complessa, ma devono dimostrare una connessione concreta con rischio digitale, governance cyber, regolazione, infrastrutture o sicurezza nazionale. Se invece la parola cyber basta a rendere tutto legittimo, allora l’agenzia smette di essere presidio e diventa recinto.
Il fronte degli appalti e degli affidamenti aggiunge un ulteriore livello. La sicurezza informatica richiede riservatezza, rapidità e competenze rare. Nessuno lo nega. Ma proprio per questo il controllo dovrebbe essere più forte, non più debole. La segretezza tecnica serve a proteggere sistemi, vulnerabilità e architetture, non a rendere invisibili fornitori, incarichi, premi e procedure amministrative. ACN non è un servizio segreto. È un’agenzia pubblica con funzioni delicate. Se ogni informazione gestionale diventa impronunciabile perché “cyber”, allora la sicurezza nazionale viene trasformata in uno scudo retorico. La prova vera resta la NIS2. L’agenzia è chiamata a trasformare una norma europea in resilienza italiana. Ma una piattaforma non è una strategia. Una registrazione non è sicurezza. Una notifica non è continuità operativa. Se il sistema si limita a censire soggetti essenziali e importanti, raccogliere dati e classificare servizi senza verificare davvero capacità di prevenzione, risposta e gestione dei fornitori, ACN produrrà una grande mappa ordinata della debolezza nazionale, non una difesa del Paese.
Quacivi eredita tutto questo. Può scegliere la via facile: chiudere il caso Frattasi, ricomporre gli equilibri, far ripartire la macchina e presentarsi come manager della normalità. Oppure può scegliere la via difficile: aprire i cassetti, misurare risultati, verificare nomine, premi, competenze, affidamenti e responsabilità. La sua provenienza da Sogei può diventare forza se porta disciplina e misurabilità. Diventa debolezza se riduce la cybersicurezza a gestione amministrativa. Alla fine, però, il conto non lo pagano Frattasi, Baldoni, Quacivi, Mantovano, Crosetto o Meloni. Lo pagano cittadini, imprese, ospedali, università, enti locali, scuole e filiere produttive quando i dati finiscono esposti, i servizi cadono, i ransomware colpiscono e la compliance sostituisce la difesa. Se ACN consuma energie in guerre interne mentre il Paese resta vulnerabile, la cybersicurezza italiana diventa una promessa costosa e non una protezione reale.
Leggi l’inchiesta completa su ACN, Frattasi e Quacivi su Matrice Digitale.
HTTP/2 bomb e Miasma: la sicurezza vera non aspetta le conferenze
La sicurezza informatica ha questo difetto meraviglioso: non rispetta la liturgia dei comunicati stampa. Mentre istituzioni e aziende continuano a raccontare maturità, resilienza, governance e trasformazione digitale, gli attaccanti fanno una cosa molto più semplice: leggono i protocolli, studiano le implementazioni, guardano dove la teoria non coincide con la realtà e poi colpiscono. La nuova HTTP/2 bomb appartiene esattamente a questa categoria. Non serve immaginare malware fantascientifici o zero-day cinematografici. Basta prendere meccanismi legittimi di HTTP/2, combinarli con intelligenza offensiva e trasformare un protocollo progettato per efficienza e performance in una macchina di consumo memoria. Il punto tecnico è quasi banale, ed è proprio per questo inquietante. L’attacco combina HPACK, cioè il sistema di compressione delle intestazioni, con una tecnica di window stall. L’attaccante usa un singolo byte di intestazione indicizzato migliaia di volte nella dynamic table e costringe il server ad allocare memoria per ogni riferimento. Poi dichiara una finestra di flow-control a zero byte, impedendo al server di liberare rapidamente le risorse. A quel punto invia aggiornamenti minimi, anche da un solo byte, per tenere viva la connessione e prolungare il consumo di memoria. Il risultato è una sproporzione feroce: un client con connessione modesta può arrivare a consumare decine di gigabyte di memoria su server come Apache o Envoy in pochi secondi.
La cosa che dovrebbe far saltare sulla sedia gli amministratori è che l’attacco non appare necessariamente enorme dal punto di vista semantico. L’intestazione resta quasi vuota. Il danno non sta nella dimensione visibile del payload, ma nel bookkeeping interno, nella gestione dello stato, nella memoria bloccata e nella distanza tra ciò che il protocollo misura e ciò che l’implementazione realmente paga. Ecco perché questa classe di problemi è così fastidiosa: non rompe il protocollo dall’esterno, lo usa come previsto fino a mostrarne il lato fragile. Le correzioni arrivate da nginx e Apache confermano la gravità del problema. nginx introduce un limite predefinito con la direttiva max_headers, Apache interviene su mod_http2 contando meglio i cookie contro LimitRequestFields. Ma il quadro resta parziale, perché ambienti come Microsoft IIS, Envoy e Cloudflare Pingora risultano esposti o comunque bisognosi di mitigazioni operative. La raccomandazione di disabilitare temporaneamente HTTP/2 dove non si può aggiornare può sembrare drastica solo a chi continua a confondere la performance con la sicurezza. In realtà è buon senso: quando il costo dell’attacco è basso e l’impatto sul server è alto, la priorità non è mantenere la feature elegante, ma evitare il collasso.
Leggi l’approfondimento tecnico sulla HTTP/2 bomb su Matrice Digitale.
La stessa lezione torna nel caso Miasma, ma su un fronte diverso: la supply chain software. Qui non siamo davanti al solito pacchetto sconosciuto pubblicato con un nome simile a una libreria famosa. Qui gli attaccanti colpiscono pacchetti pubblicati sotto il namespace @redhat-cloud-services, cioè dentro un perimetro che gli sviluppatori percepiscono come affidabile. Questo è il punto che chi racconta sicurezza informatica ogni giorno ripete da anni: la fiducia è diventata una superficie d’attacco. Miasma infetta 32 pacchetti npm, con 96 versioni backdoorate e un volume stimato di oltre centomila download settimanali. Gli attaccanti compromettono un account GitHub collegato a un dipendente Red Hat, inseriscono commit malevoli nei repository ufficiali e abusano del trusted publishing di npm. Traduzione per chi ancora pensa che basti controllare i nomi dei pacchetti: se l’identità legittima viene compromessa, anche la pipeline legittima può diventare il veicolo del malware. Il payload parte attraverso uno script preinstall, quindi viene eseguito prima ancora che lo sviluppatore usi davvero la libreria. È qui che cade l’ingenuità di molti ambienti di sviluppo. Non serve importare il codice nel progetto. Non serve eseguire manualmente una funzione. Basta installare la versione compromessa e il malware può iniziare a raccogliere token GitHub, chiavi AWS, credenziali GCP e Azure, segreti CI/CD, chiavi SSH, file .env, token npm, Docker, Vault e Kubernetes. In altre parole, Miasma non ruba soltanto credenziali: ruba la possibilità di muoversi dentro cloud, repository, pipeline e ambienti di produzione indiretti.
La persistenza dentro strumenti come VS Code e Claude Code mostra poi un salto qualitativo. Gli attaccanti conoscono l’ambiente degli sviluppatori, sanno dove mettere hook, task e configurazioni, sanno che gli assistenti AI da terminale e gli editor estendibili stanno diventando parte della routine quotidiana. E l’esfiltrazione tramite repository GitHub pubblici e decoy verso endpoint associati ad Anthropic aggiunge un’altra verità scomoda: il traffico verso piattaforme legittime non è automaticamente benigno. Red Hat ha rimosso i pacchetti e ha circoscritto l’impatto al tooling interno, senza indicare effetti sui sistemi clienti o di produzione. Bene. Ma la lezione resta pesante. Gli sviluppatori coinvolti devono ragionare come se ogni segreto accessibile dalla macchina fosse compromesso. Isolamento dell’host, rotazione dei token, audit dei workflow, verifica dei repository, controllo dei runner CI/CD e ricostruzione degli ambienti diventano parte della risposta minima. Cancellare node_modules non è incident response. È superstizione tecnica. Il caso Miasma conferma che la supply chain non è più un rischio laterale. È il centro della sicurezza enterprise. Quando un worm entra nella pipeline, il bersaglio non è il singolo pacchetto. Il bersaglio è l’intero ecosistema di fiducia che permette al software moderno di essere costruito, pubblicato e distribuito a velocità industriale.
Leggi l’analisi completa su Miasma, Red Hat e supply chain npm su Matrice Digitale.
AI, modelli frontier e cavi sottomarini: la sicurezza diventa geopolitica
L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 2 giugno 2026 sull’intelligenza artificiale avanzata va letto come un documento tecnologico solo in superficie. In realtà è un atto geopolitico. Gli Stati Uniti non stanno semplicemente aggiornando la propria politica sull’AI: stanno definendo una dottrina di potenza per l’epoca dei modelli frontier, nella quale innovazione industriale, cybersecurity, infrastrutture critiche, proprietà intellettuale e sicurezza nazionale diventano parti dello stesso dispositivo strategico. Il cuore politico del provvedimento è evidente. Washington vuole evitare un modello regolatorio percepito come troppo pesante, soprattutto rispetto alla competizione con avversari strategici. Niente licenze obbligatorie, niente preclearance generalizzata, niente burocrazia preventiva sui nuovi modelli. Ma questa scelta non significa laissez-faire ingenuo. Al contrario, l’ordine riconosce che gli LLM avanzati, gli agenti AI e i sistemi frontier possono diventare strumenti di ricognizione, automazione offensiva, scoperta vulnerabilità, phishing, malware generation, frode, intrusione e sabotaggio informatico. La Casa Bianca prova quindi a costruire un compromesso americano: massima accelerazione industriale, ma maggiore integrazione volontaria tra aziende AI e apparato federale di sicurezza.
La parte più concreta riguarda la cyber difesa nazionale. Entro tempi stretti, agenzie federali, CISA, organismi di sicurezza nazionale e dipartimenti competenti devono rafforzare la protezione dei sistemi pubblici e delle funzioni vitali. Il clearinghouse per vulnerabilità software rappresenta uno degli elementi più interessanti: uno spazio coordinato in cui industria AI e operatori di infrastrutture critiche possono collaborare per scoprire, validare, classificare e correggere falle prima che vengano sfruttate su larga scala. In termini strategici, significa spostare la difesa da un modello puramente reattivo a una logica di anticipazione industrializzata della vulnerabilità. Il framework volontario per i covered frontier model è ancora più delicato. Gli sviluppatori possono concedere accesso pre-release ai modelli più avanzati per consentire benchmarking classificati e valutazioni sulle capacità cyber. La determinazione coinvolge soggetti come NSA, CISA, Tesoro e altri apparati federali. Formalmente resta tutto volontario. Politicamente, però, la volontarietà in un settore così sensibile non è mai neutra. Le grandi aziende AI che collaborano con il governo possono ottenere reputazione, fiducia istituzionale e accesso privilegiato ai mercati pubblici. Chi resta fuori può difendere meglio la propria opacità, ma rischia di apparire meno allineato agli interessi strategici nazionali.
In questo senso, la decisione di OpenAI di concedere alle agenzie statunitensi accesso anticipato ai modelli di frontiera fino a 30 giorni prima del rilascio pubblico si inserisce perfettamente nella nuova grammatica americana. Non è solo compliance. È posizionamento geopolitico. OpenAI mostra di essere parte dell’infrastruttura nazionale dell’innovazione, non un semplice laboratorio privato. Il governo ottiene una finestra di analisi su capacità emergenti, rischi, possibili abusi e implicazioni operative. L’azienda ottiene legittimazione in un settore nel quale la fiducia istituzionale vale quasi quanto la capacità tecnica. Questa dinamica mostra una trasformazione più ampia: i modelli AI più potenti non vengono più trattati come prodotti software, ma come asset dual-use. Possono generare valore economico, ma anche incidere su intelligence, difesa, finanza, sanità, energia, comunicazioni e sicurezza nazionale. La domanda non è più soltanto se un modello risponde bene, ragiona meglio o automatizza processi. La domanda diventa: che cosa può fare nelle mani di un attore ostile? Quali vulnerabilità può scoprire? Quali campagne può accelerare? Quali competenze offensive può democratizzare?
Leggi l’analisi sull’ordine AI di Trump e sui modelli frontier su Matrice Digitale.
Dentro lo stesso scenario si colloca la scelta della Finlandia di attivare una rete di sensori acustici sul fondale marino per monitorare attività ostili contro i cavi sottomarini. A prima vista sembra una storia lontana dall’AI. In realtà è lo stesso discorso, solo spostato dal software all’infrastruttura fisica. I cavi sottomarini trasportano una quota enorme del traffico Internet globale, sostengono comunicazioni finanziarie, cloud, scambi diplomatici, servizi digitali e collegamenti strategici. Proteggerli significa proteggere il sistema nervoso della globalizzazione digitale. La Finlandia si muove in un contesto nel quale il Baltico e il Nord Europa sono diventati spazi sensibili della competizione ibrida. Attività sospette, danneggiamenti, sabotaggi potenziali e vulnerabilità delle infrastrutture marine hanno spinto i governi a trattare il fondale non come un ambiente remoto, ma come una superficie strategica. I sensori acustici servono a rilevare movimenti, anomalie e possibili attività ostili prima che producano un’interruzione. Anche qui torna la stessa logica dell’AI americana: prevenire prima di subire, vedere prima di reagire, trasformare il monitoraggio continuo in strumento di deterrenza. AI frontier e cavi sottomarini appartengono quindi alla stessa architettura del potere contemporaneo. I modelli controllano capacità cognitive, automazione e analisi. I cavi controllano connettività, dati e continuità digitale. Le pipeline software controllano produzione e distribuzione del codice. Le agenzie cyber controllano compliance, risposta e governance nazionale. La sicurezza non è più un compartimento tecnico: è la forma operativa della sovranità.
Gli Stati Uniti scelgono un modello che protegge la propria leadership industriale senza soffocarla con autorizzazioni obbligatorie. La Finlandia protegge la propria esposizione infrastrutturale trasformando il fondale in uno spazio sorvegliato. OpenAI accetta la revisione anticipata perché capisce che i modelli frontier vivono ormai dentro un rapporto strutturale con lo Stato. Tutto converge verso una stessa conclusione: la competizione digitale non si combatte solo nei data center, ma anche nelle norme, nelle pipeline, nei cavi, nei protocolli, nei modelli e nelle agenzie che decidono chi può vedere, usare, testare e proteggere la tecnologia. In questa fase, la differenza tra innovazione e sicurezza non scompare, ma diventa più difficile da separare. L’AI accelera la difesa e l’attacco. Le infrastrutture sostengono la pace economica ma diventano bersagli in scenari ibridi. Le aziende private detengono capacità che un tempo appartenevano quasi esclusivamente agli Stati. E gli Stati, per non perdere il controllo, provano a costruire cooperazioni, finestre di accesso, sensori, clearinghouse e framework volontari.
La geopolitica digitale non è più una teoria. È il modo concreto in cui potenze, aziende e infrastrutture stanno ridisegnando la sicurezza del mondo connesso.
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