Dalla stanza chiusa di Butti allo stop di Claude
L’Italia riscrive le regole dell’AI mentre Washington spegne Claude. E la trasparenza torna sotto accusa.
Caro lettore,
questa settimana l’intelligenza artificiale smette di essere una promessa e torna a essere ciò che è sempre stata: potere, controllo, accesso, segretezza e possibilità di spegnere infrastrutture intere con una decisione politica. In Italia si rinnova un comitato sull’AI dentro Palazzo Chigi, con nomi ricorrenti, criteri opachi e lavori coperti da segreto d’ufficio, mentre il Governo vara una legge che promette IA antropocentrica, tutela dei lavoratori, limiti al riconoscimento facciale e un miliardo di euro per costruire l’ecosistema nazionale. Nel mondo, invece, Anthropic lancia Claude Fable 5, accende l’entusiasmo dei cloud provider e poi finisce travolta dall’intervento degli Stati Uniti, che ordinano la sospensione dei modelli Fable 5 e Mythos 5 dopo l’allarme su un possibile jailbreak. Il messaggio è brutale: un governo può bloccare un modello, decidere chi può usarlo, restringere mercati e utenti, e trasformare l’AI in infrastruttura strategica sottoposta a sovranità nazionale. Infine, in Italia, il caso Report contro Garante Privacy mostra un’altra forma di intelligenza, molto meno artificiale e molto più comunicativa: quella con cui si prova a raccontare una sconfitta parziale come una vittoria piena. Report ottiene l’accesso agli atti sulle spese, il Garante rivendica tre rigetti su quattro, Agostino Ghiglia parla di manipolazione dell’informazione, ma resta una domanda semplice: se un’Autorità che pretende trasparenza dagli altri fa ricorso per non mostrare le proprie spese, che idea di trasparenza sta difendendo davvero?
L’Italia dell’AI tra comitati chiusi, legge nuova e vecchie stanze del potere
Il nuovo Comitato di coordinamento per l’aggiornamento della Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale 2026-2028 nasce come organismo tecnico di supporto al sottosegretario Alessio Butti, ma finisce subito per raccontare qualcosa di più grande della sua stessa funzione. Non siamo davanti soltanto a un tavolo di esperti chiamato ad aggiornare un documento strategico. Siamo davanti a una fotografia dell’Italia tecnologica che vuole parlare di futuro, sovranità digitale e AI antropocentrica, ma continua a farlo con nomine dall’alto, criteri poco leggibili e una riservatezza ampia sui lavori interni. Il comitato viene istituito presso il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri e opera alle dipendenze del sottosegretario con delega all’innovazione tecnologica. La missione dichiarata è aggiornare la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale in una fase delicata, successiva all’AI Act europeo e alla nuova legge italiana sull’IA. La missione politica, però, è più scivolosa: decidere chi può entrare nella stanza in cui si costruisce la linea italiana sull’intelligenza artificiale.
La critica più efficace arriva da Walter Quattrociocchi, docente alla Sapienza e nominato nel Scientific Panel europeo dell’AI Act. Il suo intervento non attacca i singoli nomi, ma il metodo. Quattrociocchi ricorda che il panel europeo nasce da una selezione internazionale competitiva, con oltre mille candidature per sessanta posizioni, valutate sulla base di curriculum, produzione scientifica, esperienza e contributi alla ricerca. Il comitato italiano, invece, appare come una costruzione istituzionale in cui convivono accademici, figure ministeriali, profili mediatici, giuristi, rappresentanti della ricerca e personalità già presenti in altri tavoli governativi. È qui che si apre la frattura. L’Europa seleziona, l’Italia nomina. L’Europa prova a costruire un organismo tecnico per supportare AI Office e autorità nazionali nell’attuazione del regolamento. L’Italia crea un comitato di supporto al sottosegretario, legittimo nella forma, ma politicamente esposto nella sostanza. Perché quando si parla di una strategia nazionale sull’intelligenza artificiale, il punto non è soltanto chi siede al tavolo. Il punto è perché siede proprio quel nome e non un altro.
La composizione del comitato conferma questa natura ibrida. Il coordinatore è Gianluigi Greco, rettore dell’Università della Calabria e figura già centrale nella precedente architettura italiana sull’AI. Accanto a lui compaiono rappresentanti della Presidenza del Consiglio, del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Ministero della Difesa. La presenza di Barbara Caputo, indicata dalla Difesa, è uno dei segnali più rilevanti: l’intelligenza artificiale non è più trattata soltanto come materia industriale o amministrativa, ma entra in modo esplicito nel perimetro duale, militare e strategico. Dentro questo quadro si colloca anche Paolo Benanti, ormai figura ricorrente della governance italiana dell’AI. La sua presenza non sorprende più, perché attraversa informazione, lavoro, etica pubblica e strategia nazionale. Benanti non è più soltanto il volto dell’algoretica, ma una figura di sistema. Questo può essere letto come riconoscimento di un profilo intellettuale consolidato, ma anche come sintomo di una concentrazione di legittimazione su una stessa figura. Quando una persona entra ripetutamente nei luoghi in cui lo Stato decide il linguaggio, i limiti e le priorità dell’AI, la domanda diventa inevitabile: quale funzione svolge, quale interesse rappresenta, quale equilibrio contribuisce a costruire?
Il problema non è l’etica in sé. Il problema è quando l’etica diventa lingua di copertura. Può servire a illuminare le contraddizioni, ma può anche addomesticarle se diventa grammatica ufficiale del potere. E nell’Italia che ama dichiararsi antropocentrica, il rischio è sempre lo stesso: trasformare grandi parole in un mantello elegante sotto cui si muovono fondi, incarichi, bandi, relazioni, reputazione e filiere di consenso. Il passaggio più pesante del DPCM riguarda però la riservatezza. Le informazioni relative ai lavori del comitato sono coperte da segreto d’ufficio. Coordinatore, componenti e partecipanti non possono utilizzare, divulgare o diffondere contenuti delle riunioni, studi, approfondimenti, statistiche ed elaborazioni prodotte nell’ambito delle attività. Non è segreto di Stato in senso tecnico, ma è una clausola di riservatezza molto ampia. E quando riguarda una strategia nazionale sull’intelligenza artificiale, la sostanza politica diventa enorme.
La riservatezza può avere ragioni legittime: sicurezza nazionale, infrastrutture critiche, tecnologie duali, dati sensibili, competizione industriale. Ma non può diventare il metodo ordinario con cui una strategia pubblica viene sottratta al controllo pubblico. Il punto è ancora più delicato perché il comitato può ascoltare soggetti pubblici e privati, raccogliere contributi, commissionare studi e produrre materiali destinati alle autorità politiche. Anche senza compensi diretti, chi partecipa ottiene capitale reputazionale, accesso relazionale e capacità di influenza. Il gettone non è il problema. Il potere sì. Su questo sfondo arriva la nuova legge italiana sull’IA, approvata in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri presieduto da Giorgia Meloni, con due decreti legislativi destinati ad attuare la legge n. 132 del 2025 e il quadro europeo dell’AI Act. Il governo promette un’intelligenza artificiale centrata sulla persona, con ruolo decisionale umano preservato, tutele rafforzate per i lavoratori, formazione nella scuola, nelle università, nella pubblica amministrazione e nella sanità. La norma vieta decisioni sul rapporto di lavoro basate esclusivamente su sistemi automatizzati: assunzioni, trasferimenti, valutazioni e licenziamenti dovranno prevedere intervento umano. Il licenziamento deciso solo da un algoritmo viene considerato nullo.
È una previsione forte e politicamente spendibile, perché intercetta una paura reale: l’idea che l’AI possa diventare il nuovo capo invisibile del lavoro. La legge interviene anche sul riconoscimento biometrico, consentendolo in tempo reale solo con autorizzazione giudiziaria, per un periodo limitato e in casi gravi. Introduce responsabilità civili e penali, rafforza il ruolo di AgID e ACN, coinvolge Banca d’Italia, Consob, Ivass e Garante Privacy, e prevede un miliardo di euro per sostenere l’ecosistema nazionale dell’AI attraverso venture capital, start-up, ricerca avanzata e filiere strategiche. Ed è proprio qui che i due pezzi si saldano. Da una parte il governo disegna una legge che parla di diritti, persona, controllo umano e responsabilità. Dall’altra affida la strategia nazionale a un comitato chiuso, segnato da nomi ricorrenti e riservatezza ampia. La contraddizione non è formale, ma politica. Si può promettere un’AI trasparente, responsabile e antropocentrica mentre la strategia che la governa viene elaborata in una stanza coperta da segreto d’ufficio?
Per approfondire il nodo del comitato, dei nomi scelti, della reazione di Quattrociocchi e della filiera Benanti, leggi l’articolo “AI italiana, il comitato di Butti riapre il caso dei soliti noti”; per capire invece cosa cambia con i decreti sulla nuova governance dell’intelligenza artificiale, dal divieto di licenziamento algoritmico ai limiti sul riconoscimento facciale, vai all’articolo “Legge italiana sull’IA: vietato il licenziamento via algoritmo (e stretta sul riconoscimento facciale)”.
Claude Fable 5, il sogno del modello totale e il potere di spegnerlo
Mentre l’Italia discute di comitati, segreto d’ufficio e nuove regole, il mercato globale dell’intelligenza artificiale viene scosso dal lancio di Claude Fable 5, il nuovo modello di Anthropic basato sull’architettura Mythos. L’annuncio viene presentato come uno dei momenti più importanti dell’anno per l’AI di frontiera. Anthropic descrive Fable 5 come il modello più potente mai sviluppato dall’azienda, capace di segnare nuovi risultati nei benchmark e di superare concorrenti diretti in ambiti come coding agentico, uso degli strumenti, ragionamento avanzato, analisi multimodale e cybersecurity. Il rilascio, però, non è soltanto una celebrazione tecnologica. Anthropic accompagna il debutto con un documento dal titolo “When AI builds itself”, dedicato al rischio di auto-miglioramento ricorsivo. Il messaggio è quasi paradossale: l’azienda lancia il suo modello più potente e, nello stesso tempo, avverte che sistemi sempre più capaci potrebbero contribuire alla progettazione delle generazioni successive, rendendo il controllo umano sempre più formale e meno sostanziale. Fable 5 appartiene alla famiglia Mythos e viene reso disponibile agli utenti Pro, Max, Team ed Enterprise senza costi aggiuntivi fino al 22 giugno 2026, prima del passaggio a un sistema basato su crediti di consumo. La versione pubblica, però, non coincide con tutta la potenza dell’infrastruttura. Esiste infatti una variante denominata Mythos 5, priva di alcune salvaguardie presenti nella release generale e destinata soltanto a ricercatori, operatori di infrastrutture critiche e organizzazioni selezionate attraverso il programma Glasswing, sviluppato con il governo statunitense. Questa distinzione è centrale. Anthropic non distribuisce più un modello unico a tutti. Distribuisce livelli diversi di capacità. La versione pubblica integra safeguard per bloccare o limitare richieste considerate rischiose, soprattutto in cybersecurity offensiva, biologia, chimica e salute. Quando una richiesta supera determinate soglie, il sistema può reindirizzare la conversazione verso Claude Opus 4.8, più conservativo. Mythos 5, invece, resta riservato a soggetti autorizzati, perché considerato troppo potente per un accesso generalizzato. Nei test condotti da XBOW, team specializzato in sicurezza offensiva, Mythos mostra capacità avanzate nell’individuazione di vulnerabilità, nel threat modeling, nella validazione tecnica e nel reverse engineering. Il numero di falsi negativi diminuisce in modo significativo rispetto a Claude Opus 4.6 e migliora ulteriormente quando il modello può accedere al codice sorgente. Nei contesti più complessi, come Chromium e V8, il modello individua più bug reali e riduce i falsi positivi. È una promessa enorme per la difesa, ma anche una minaccia potenziale se capacità simili finissero in mani ostili. La parte più inquietante dell’annuncio riguarda però l’auto-miglioramento ricorsivo. Anthropic sostiene che oltre l’80% del codice integrato nei propri sistemi di produzione sia ormai scritto da modelli di intelligenza artificiale. Questo significa che l’AI non è più soltanto uno strumento di supporto allo sviluppo software, ma parte attiva della costruzione delle infrastrutture che la faranno evolvere. In questa dinamica il controllo umano resta presente, ma rischia di diventare sempre più difficile da esercitare in profondità. Se l’AI contribuisce a costruire l’AI successiva, chi comprende davvero la catena causale delle decisioni tecniche?
La risposta commerciale arriva immediatamente con l’integrazione di Claude Fable 5 su Amazon Bedrock e Google Cloud. Su AWS, il modello entra nell’ambiente Bedrock con API gestite, endpoint dedicati, regioni controllate, SDK maturi e safeguard incorporati. Gli sviluppatori possono invocarlo tramite Anthropic Messages API e Converse API, utilizzando identificativi specifici e configurazioni pensate per workload enterprise. Su Google Cloud, invece, il focus tecnico si concentra su GKE Inference Gateway, prefix caching e routing cache-aware, cioè tecniche che riducono la latenza e ottimizzano l’uso di GPU e TPU quando i prompt condividono parti ripetitive. Qui il tema non è soltanto la disponibilità di un modello più potente. È il passaggio dell’inferenza LLM a una fase industriale. Il cloud non vende più soltanto accesso a modelli. Vende governabilità, caching, latenza prevedibile, riduzione dei costi e controllo del rischio. Amazon offre l’ambiente gestito e integrato con Bedrock. Google spinge sull’ottimizzazione dell’inferenza, con cache KV e routing intelligente. Entrambi trasformano Claude Fable 5 in un prodotto enterprise scalabile.
Poi arriva la frattura. Il governo degli Stati Uniti ordina ad Anthropic la sospensione immediata dell’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5. La misura arriva pochi giorni dopo il debutto e coincide con la rivendicazione pubblica del ricercatore noto come Pliny the Liberator, che sostiene di aver individuato tecniche per aggirare alcune salvaguardie. Il caso passa in poche ore dal terreno tecnico al terreno geopolitico. Secondo Anthropic, la tecnica descritta non rappresenta una vulnerabilità universale né particolarmente sofisticata. Si tratterebbe di un insieme di jailbreak limitati, basati su strategie linguistiche, caratteri Unicode, omoglifi, simboli cirillici, frammentazione delle richieste e manipolazione del contesto conversazionale. Il punto non è chiedere direttamente contenuti proibiti, ma scomporre la richiesta in pezzi apparentemente innocui, lasciando che la ricostruzione finale avvenga fuori dal controllo immediato dei classificatori. Il governo statunitense, invece, interpreta il rischio in modo più severo. La possibilità di aggirare alcune protezioni su modelli con capacità avanzate in cybersecurity e infrastrutture critiche diventa un problema di sicurezza nazionale. L’ordine riguarda i cittadini stranieri, anche se presenti negli Stati Uniti, e perfino dipendenti non statunitensi dell’azienda. Per evitare violazioni, Anthropic sceglie una sospensione generalizzata dell’accesso, colpendo anche utenti e clienti che non rientrano direttamente nelle restrizioni. Qui il messaggio politico diventa devastante. Un modello può essere lanciato globalmente, integrato nei cloud provider, adottato da imprese e sviluppatori, e poi spento per decisione governativa. Non serve una guerra commerciale dichiarata. Non serve una violazione provata su larga scala. Basta che un’autorità nazionale ritenga il rischio abbastanza alto da imporre una sospensione. L’AI di frontiera smette così di essere un prodotto globale e diventa un’infrastruttura soggetta a controllo sovrano. Il caso Fable 5 mostra il punto cieco dell’intero mercato. Le aziende vendono AI come servizio globale, ma i modelli restano legati a giurisdizioni, governi, apparati di sicurezza, programmi di accesso selettivo e valutazioni politiche. La retorica del cloud senza confini si infrange contro una realtà molto più dura: chi controlla il Paese in cui nasce il modello può decidere chi lo usa, dove lo usa e quando smette di usarlo.
Per leggere il racconto completo sul lancio, sulle capacità di Claude Fable 5 e sull’allarme di Anthropic sull’auto-miglioramento ricorsivo, vai all’articolo “Ecco Claude Fable 5, ma Anthropic lancia l’allarme: l’AI rischia di sfuggire al controllo umano”. Per capire come Fable 5 entra nelle infrastrutture enterprise di Amazon Bedrock e Google Cloud, leggi “Claude Fable 5 arriva su Google Cloud e AWS Mythos ottimizza l’inferenza”. Per seguire la svolta politica della sospensione ordinata dagli Stati Uniti e lo scontro sul jailbreak, approfondisci con “USA blocca Fable 5 e Mythos 5, Anthropic contesta l’allarme sul jailbreak”.
Report, Garante Privacy e il teatro del tre a uno
Il caso Report contro Garante Privacy è un piccolo manuale italiano di comunicazione istituzionale, manipolazione narrativa e aritmetica usata come scudo politico. Da una parte c’è Report, che rivendica una vittoria sulla trasparenza delle spese del collegio del Garante relative al 2024. Dall’altra c’è il Garante Privacy, che sottolinea come il Tar Lazio abbia confermato la correttezza dell’Autorità su tre dei quattro profili esaminati. Entrambi raccontano una parte di verità. Ed è proprio questo il problema. Report non aveva bisogno di vincere quattro a zero. Aveva bisogno di ottenere l’accesso al materiale più rilevante per la propria inchiesta: le spese. Hotel, voli, costi, rendicontazioni e uso delle risorse pubbliche non sono dettagli marginali, ma il cuore giornalistico dell’operazione. Se la trasmissione chiedeva di verificare come fossero state sostenute e documentate le spese dei vertici dell’Autorità, l’accesso agli atti contabili rappresenta il punto centrale della partita. Il Garante, invece, costruisce la propria linea sul tre a uno. Tre profili su quattro sarebbero stati favorevoli all’Autorità. È una comunicazione comprensibile, perché consente di presentare la sentenza come una sostanziale conferma della correttezza istituzionale. Ma l’aritmetica processuale non coincide con il peso pubblico delle domande. Tre rigetti possono valere meno di un accoglimento quando l’accoglimento riguarda il cuore della vicenda. Il nodo politico è semplice: se le spese sono corrette, perché opporsi alla loro piena conoscibilità quando riguardano risorse pubbliche e vertici di un’Autorità indipendente? La privacy non può diventare uno scudo automatico contro la trasparenza amministrativa. Esistono dati personali da proteggere, dettagli da oscurare e bilanciamenti da rispettare. Ma quando si parla di denaro pubblico, il tema non è la curiosità morbosa. È la rendicontazione.
Dentro questa vicenda entra anche Agostino Ghiglia, componente del Garante, che ha provato a leggere la comunicazione di Report come un esempio di manipolazione dell’informazione. Il ragionamento è chiaro: Report avrebbe celebrato come vittoria una decisione in cui l’Autorità avrebbe prevalso su tre istanze su quattro. Ma questa tesi funziona soltanto se si resta alla superficie numerica. Appena si guarda al peso delle istanze, il quadro cambia. Report enfatizza l’ostensione delle spese perché quello era l’obiettivo principale. Il Garante enfatizza i tre rigetti perché quello è il dato più favorevole alla propria difesa. Il paradosso è che, nel denunciare una presunta manipolazione, Ghiglia rischia di finire nello stesso terreno che vorrebbe contestare: la selezione della verità più utile alla propria narrazione. Report sceglie il punto sostanziale dell’inchiesta. Il Garante sceglie il risultato aritmetico più favorevole. Ma il pubblico non giudica una vicenda simile contando i profili respinti. La giudica chiedendosi se un’Autorità pubblica sia disposta a mostrare come spende. Il Garante ha annunciato di voler valutare un eventuale ricorso proprio sul quarto profilo, quello relativo al bilanciamento concreto tra trasparenza e riservatezza. Dal punto di vista giuridico, è legittimo. Dal punto di vista politico, è devastante. Perché un eventuale ricorso verrebbe letto come l’ennesimo tentativo di impedire a Report di vedere le carte sulle spese. Anche una difesa tecnicamente fondata rischia di trasformarsi in un boomerang reputazionale. Il punto più delicato è la natura del Garante stesso. L’Autorità pretende trasparenza, accountability, correttezza e proporzionalità da imprese, amministrazioni, piattaforme e soggetti pubblici. Interviene contro opacità e violazioni, sanziona chi non documenta correttamente i propri trattamenti, richiama gli altri alla responsabilità. Proprio per questo, quando il controllo si sposta sull’Autorità, la soglia di tolleranza verso l’opacità crolla.
Qui emerge la differenza tra autorità e autorevolezza. L’autorità consente di resistere in giudizio. L’autorevolezza suggerirebbe di accettare il controllo quando il controllo riguarda la fiducia pubblica. Il Garante può anche avere ragione su alcuni profili procedurali, ma rischia di perdere il centro della battaglia reputazionale se appare come un ente che invoca trasparenza verso gli altri e riservatezza quando tocca a se stesso. La vicenda Report-Garante non dice che ogni spesa sia illegittima. Non dimostra automaticamente scandali, sprechi o irregolarità. Dice però che il centro dell’inchiesta ha superato un primo sbarramento giudiziario. E dice che il Garante non può più limitarsi a comunicare il tre a uno come se bastasse a chiudere il caso. Report cercava le spese. Il Tar ha aperto sulle spese. Il Garante valuta se impugnare sulle spese. Tutto il resto può essere giuridicamente rilevante, ma politicamente secondario.
Per seguire tutti i dettagli del caso, dalla sentenza del Tar alla guerra comunicativa tra Report e Garante Privacy, leggi l’articolo “Report contro Garante Privacy: il Tar sulle spese smonta il gioco del tre a uno”.
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