L'infrastruttura del ricatto: dal Cloud a Jeffrey Epstein
AI, cloud, intelligence italiana, Marina Berlusconi, Benanti ed Epstein: i fili nascosti del nuovo potere tra tecnologia e relazioni.
Caro lettore,
questa settimana il filo che lega i temi affrontati è uno solo, ed è molto più profondo di quanto sembri a una prima lettura: il potere non si limita più a occupare le istituzioni, ma si distribuisce nelle infrastrutture, nelle piattaforme, nei circuiti dell’informazione, nei laboratori dell’intelligenza artificiale e nelle reti opache delle relazioni personali. Da una parte c’è un’Europa che ha delegato altrove la propria capacità computazionale e che ora scopre il costo politico, energetico e strategico della dipendenza dal cloud. Dall’altra c’è la fotografia di una sicurezza nazionale che non può più essere letta solo con gli strumenti del passato, perché il confine tra dominio fisico e dominio digitale è saltato, mentre l’intelligenza artificiale accelera tutto, inclusa la minaccia. In mezzo, il quadro italiano si fa ancora più complesso: la lettera di Marina Berlusconi a Repubblica riapre la questione del rapporto tra editoria, politica e ridefinizione degli equilibri moderati; il ruolo di Paolo Benanti riporta al centro il problema di un’etica dell’IA che rischia di diventare più racconto di legittimazione che vero argine; infine, con la seconda inchiesta sugli Epstein files, prende forma una rete di contatti, frequentazioni, mail, voli e relazioni che restituisce la misura di un sistema in cui il crimine, quando si intreccia con l’utilità, può essere normalizzato fino a diventare infrastruttura di potere. Quello che segue non è soltanto un riepilogo. È una lettura unitaria di cinque dossier che parlano dello stesso mondo: un mondo in cui chi controlla le macchine controlla i margini di autonomia, chi controlla i media controlla la percezione, chi controlla la morale pubblica prova a rendere tollerabile il conflitto tra principi e interessi, e chi controlla segreti e relazioni può trasformare il privilegio in ricatto. È da qui che partiamo.
Il cloud, l’Europa e il prezzo della dipendenza
Per anni il cloud è stato presentato come il punto più alto della modernizzazione digitale: meno costi iniziali, meno complessità tecnica, meno macchine da gestire internamente, più flessibilità, più aggiornamenti, più rapidità. Tutto vero, almeno in superficie. Il problema è che il cloud, nel modo in cui è stato adottato, non ha soltanto alleggerito il lavoro delle imprese. Ha anche costruito una relazione di dipendenza che oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, si rivela per quello che è: una cessione strutturale di sovranità. Il punto non riguarda più soltanto dove stanno i dati o chi mantiene i server. Il punto riguarda il fatto che interi segmenti del lavoro, della produttività, della conservazione documentale e ora perfino della capacità di innovare si sono spostati dentro ecosistemi che non appartengono a chi li usa. La grande promessa della transizione digitale è stata quella della comodità. Non comprare più hardware, non organizzare più certe competenze, non affrontare più i costi fissi e i tempi lunghi della proprietà. Ma ogni volta che una funzione essenziale viene delegata, il vantaggio iniziale produce quasi sempre una concentrazione successiva. E dopo la concentrazione arriva la subordinazione. È esattamente il copione che si intravede in questa fase storica. Le aziende hanno smesso di possedere e hanno iniziato a noleggiare infrastruttura, accettando che il proprio funzionamento dipenda da regole altrui, da priorità altrui, da prezzi altrui. Nel momento in cui quel “fuori” coincide con grandi piattaforme straniere, il problema smette di essere aziendale e diventa politico.
Per capire meglio la natura di questa cessione bisogna osservare il parallelo con i social media, che emerge con grande chiarezza. Anche lì il meccanismo era sembrato liberatorio: gratuità, accesso, visibilità, semplificazione delle relazioni. Solo dopo si è capito che quella delega consegnava a piattaforme private una parte del dibattito pubblico, dei flussi di opinione, della visibilità sociale. Con il cloud la dinamica è ancora più pesante, perché qui non si delega soltanto una sfera comunicativa o simbolica. Si delega il cuore operativo dell’economia reale. Si trasferiscono processi, dati, continuità di servizio, capacità di sviluppo, automazione. E quando la delega investe la struttura produttiva, uscire diventa quasi impossibile. È qui che nascono le nuove barriere: lock-in tecnologico, migrazione proibitiva, costi crescenti, mancanza di hardware, scarsità di competenze proprietarie.Il ritardo europeo, in questa lettura, non è soltanto economico. È un ritardo storico e strategico. L’Unione Europea si è accorta tardi che la partita decisiva non era quella della semplice digitalizzazione, ma quella del controllo dell’infrastruttura di calcolo, della capacità di archiviazione, della potenza elaborativa necessaria a sostenere i modelli di AI, della filiera che collega data center, energia, hardware e software. Nel momento in cui si è trattato di scegliere partner capaci di sostenere esigenze su larga scala, industriali, istituzionali e perfino militari, il baricentro è rimasto fuori dall’Europa. Google, Microsoft, AWS e gli altri grandi attori extraeuropei non sono semplici fornitori: diventano architravi di un sistema a cui il continente si è consegnato progressivamente.
Quando poi il discorso tocca il piano della difesa e della sicurezza, la questione diventa ancora più delicata. Il cloud non è più un servizio di produttività. È un’infrastruttura strategica. Se interoperabilità, coordinamento e allineamento con le architetture dell’alleanza atlantica spingono verso fornitori esterni al continente, allora la sovranità europea si riduce a gestione amministrata di una subordinazione che non controlla fino in fondo. E qui arriva il passaggio più duro del ragionamento: senza una capacità autonoma di calcolo, di elaborazione e di protezione dei dati, non esiste vera indipendenza strategica. Esiste solo l’illusione di governare un sistema costruito da altri. L’intelligenza artificiale chiude il cerchio perché trasforma la dipendenza da fatto rilevante a fatto quasi irreversibile. L’AI non si alimenta soltanto di software o di idee. Si alimenta di potenza di calcolo, di schede ad alte prestazioni, di RAM, di raffreddamento, di catene di approvvigionamento bloccate in anticipo da chi ha capitale sufficiente per prenotare tutto. In questo scenario le piccole e medie imprese europee non possono fare altro che affidarsi ancora di più al cloud, perché l’alternativa proprietaria richiede risorse spesso fuori portata. Così il mercato si concentra ulteriormente. L’AI che viene narrata come democratizzazione rischia di produrre il risultato opposto: più concentrazione, più dipendenza, meno margini di autonomia.
Su tutto pesa il fattore energia, e qui la fragilità italiana appare drammatica. L’informatica contemporanea, soprattutto quella legata all’AI, è sempre più una questione di consumo elettrico permanente. Se l’energia aumenta, aumentano i costi di accesso ai servizi. Se questi servizi sono già controllati da soggetti esterni, il rincaro diventa doppia dipendenza: energetica e tecnologica. L’Italia, senza una strategia industriale autonoma e senza un’infrastruttura interna adeguata, rischia di trasformarsi in un terminale del profitto altrui. Non soltanto consuma tecnologia costruita altrove, ma lo fa in una condizione in cui ogni variazione di prezzo viene subita, non governata. È per questo che l’approfondimento propone una lettura severa ma necessaria: tornare indietro è quasi impossibile, almeno in tempi brevi. Le aziende hanno già costruito abitudini, procedure, strumenti e modelli di business dentro questi ecosistemi. Uscirne richiederebbe investimenti, competenze e volontà politica. Ma proprio perché l’uscita completa è irrealistica, il punto diventa un altro: ridurre il dominio del modello dell’abbonamento permanente, ricostruire proprietà dove possibile, sostenere l’acquisto di hardware, trattenere competenze e immaginare una politica industriale che non consegni il futuro digitale a piattaforme esterne.
Il vero nodo, in fondo, non è se il cloud sia stato utile. Lo è stato. Il nodo è capire chi controlla il futuro di chi lo usa. E se la risposta continua a trovarsi fuori dall’Europa, allora il continente sarà condannato a pagare, dipendere e consumare, mentre altri trattengono valore, dati e capacità di comando. Per approfondire questo scenario ti rimando all’articolo “Abbiamo svenduto i nostri server, ora paghiamo il conto: la resa dell’Europa sull’AI”, che mette a fuoco con chiarezza il prezzo politico e strategico della dipendenza infrastrutturale.
Governare il cambiamento, tra sicurezza nazionale e minaccia quantistica
La Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, intitolata “Governare il cambiamento”, parte da un assunto che dovrebbe far riflettere più di ogni slogan sulla transizione digitale: la tecnologia non è più un semplice acceleratore dell’innovazione, ma il motore sistemico che rimodella società, economia, politica, conflitto e sicurezza. Questo significa che la minaccia non può più essere letta come evento circoscritto, visibile, riconoscibile in modo lineare. La minaccia, nella fotografia che emerge dal dossier, è continua, diffusa, multidominio, capace di muoversi tra spazio fisico, cyberspazio, dominio cognitivo, filiere industriali, proprietà intellettuale e infrastrutture critiche. Il passaggio più importante, quindi, non è terminologico ma culturale: la sicurezza nazionale non può essere affidata alla sola reazione. Deve diventare anticipazione, previsione, integrazione di competenze, capacità di leggere prima la direzione del cambiamento. Per questo la Relazione adotta anche una scelta metodologica interessante: l’uso della GenAI come supporto all’analisi, dentro un approccio dichiaratamente antropocentrico, in cui la macchina aiuta l’analista ma non sostituisce il giudizio umano. È un passaggio decisivo perché segnala come l’intelligenza artificiale sia già entrata nel laboratorio della sicurezza, non come orpello retorico ma come strumento operativo. Tuttavia il documento insiste sul fatto che l’IA deve restare supporto, non autorità decisionale. In fondo è un messaggio politico prima ancora che tecnico: la macchina può assistere il potere, ma non può legittimarlo da sola.
Uno degli assi centrali del rapporto riguarda il concetto di sovranità tecnologica e sovranità digitale. Lo Stato contemporaneo non misura più la propria autonomia soltanto attraverso confini territoriali, eserciti o moneta. La misura anche attraverso il controllo di dati, algoritmi, infrastrutture critiche, capacità di calcolo, semiconduttori, HPC, quantum computing. È qui che il ragionamento incrocia direttamente anche il tema del cloud visto poco sopra: senza controllo delle tecnologie strategiche che rendono possibile la sovranità digitale, lo Stato resta esposto a dipendenze profonde che possono trasformarsi in punti di pressione strutturali. Nel documento la distinzione è netta: la sovranità digitale riguarda il controllo delle risorse digitali; la sovranità tecnologica riguarda il controllo delle tecnologie che rendono possibile quel controllo. Se manca la seconda, la prima resta uno slogan. Altro nodo fondamentale è la crescente permeabilità tra dominio cinetico e dominio cibernetico. La separazione tra attacco fisico e attacco digitale è ormai insufficiente a descrivere il mondo reale. Un’azione cyber può produrre effetti materiali. Un’azione materiale può degradare la capacità informativa di un avversario. I sistemi cyber-fisici diventano il vero luogo della vulnerabilità contemporanea, e il tema della resilienza non riguarda più soltanto la protezione di reti o server, ma la continuità delle funzioni essenziali in ecosistemi integrati. Per questo la Relazione insiste su metriche come il tempo di recupero, la degradazione controllata, la propagazione degli effetti, la sincronizzazione dei sistemi. È una visione della sicurezza come disciplina di integrazione, non come muro perimetrale.
Sul piano della minaccia cyber il documento segnala un salto importante: nel 2025 l’attività offensiva rilevante è riconducibile in larga parte ad attori con capacità e risorse compatibili con apparati statali, cioè gruppi APT contigui a governi stranieri, con un interesse crescente anche da parte di ambienti hacktivisti. Qui il punto decisivo è l’attribuzione. La Relazione evidenzia infatti lo sforzo dell’intelligence italiana per definire un processo nazionale di attribuzione delle condotte ostili, fino al momento considerato storico del 27 agosto 2025, quando la comunità intelligence italiana partecipa con gli omologhi occidentali al Joint Cybersecurity Advisory che attribuisce pubblicamente alla Repubblica Popolare Cinese la campagna del gruppo Salt Typhoon. È un passaggio che sposta il piano della sicurezza dal contrasto tecnico alla responsabilità geopolitica pubblicamente assunta. Il rapporto fotografa anche un’asimmetria molto netta nei target: nel 2025 crescono i bersagli pubblici, con particolare peso delle amministrazioni statali. Dominano malware, sfruttamento di vulnerabilità note e zero-day, phishing e spear-phishing. Prevalgono il furto di credenziali e l’esfiltrazione di dati. Ma il vero allarme è culturale: la pubblica amministrazione continua spesso a percepire in modo inadeguato il proprio reale perimetro infrastrutturale. Non si proteggono a sufficienza smart working, dispositivi promiscuamente usati, postazioni di consulenti, personale esterno, fornitori. In altre parole, la superficie di attacco reale è più ampia di quella che le istituzioni ritengono di dover difendere.
Dentro questa trasformazione si colloca il capitolo sull’intelligenza artificiale, descritta al tempo stesso come moltiplicatore della difesa e moltiplicatore dell’offesa. La Relazione la definisce lo strumento di cambiamento più pervasivo, capace di modificare guerra, sanità, produzione, informazione e processi decisionali. Ma l’IA non è soltanto vantaggio. Introduce anche nuove superfici di attacco: data poisoning, occultamento di istruzioni dentro contenuti multimodali, difficoltà di auditing dei modelli, rischi legati agli agenti autonomi, tensione continua tra trasparenza e sicurezza. L’indicazione è chiara: serve un approccio security-by-design, perché affidarsi alla potenza dei modelli senza governarne le vulnerabilità significherebbe costruire una nuova fragilità sistemica. È qui che si inserisce perfettamente il secondo articolo del capitolo, dedicato alla minaccia dei computer quantistici alla crittografia globale. Se la Relazione ci dice che la tecnologia ridisegna la sicurezza, il dossier sulle tecnologie quantistiche spiega quale potrebbe essere il prossimo salto di paradigma. Il quantum computing promette capacità computazionali radicalmente diverse da quelle classiche, con impatti sulla ricerca, sull’intelligence, sulla simulazione, sulla difesa. Ma la sua ombra più lunga cade sulla crittografia. Molti sistemi oggi considerati affidabili, da RSA alle curve ellittiche, si basano sulla difficoltà matematica di problemi che un computer quantistico sufficientemente avanzato potrebbe rendere vulnerabili attraverso algoritmi come quello di Shor. Anche la crittografia simmetrica potrebbe subire pressioni, con l’effetto di imporre chiavi più lunghe e nuovi standard di sicurezza.
Il punto più inquietante, però, è il rischio del “harvest now decrypt later”: intercettare oggi dati cifrati per decrittarli domani, quando la tecnologia quantistica sarà matura. È una minaccia che introduce una dimensione temporale nuova nella sicurezza. Le informazioni sensibili non sono a rischio solo se violabili ora, ma anche se potranno esserlo tra anni. È per questo che la corsa alla crittografia post-quantistica diventa urgente e che la competizione globale sul quantum assume un carattere apertamente geopolitico. Il dossier cita oltre quattrocento aziende nel settore, un’elevata presenza numerica europea, ma una superiorità industriale e brevettuale marcata di Cina e Stati Uniti. Il controllo della proprietà intellettuale qui coincide già con una forma di vantaggio strategico futuro. Sommando i due testi emerge una conclusione limpida: la sicurezza nazionale del 2026 non è più un tema confinabile agli apparati. È un campo in cui si incrociano AI, quantum, cyberspazio, geopolitica, approvvigionamento tecnologico, resilienza delle istituzioni e capacità previsionali. Non basta difendersi dagli attacchi. Bisogna capire quali tecnologie ridisegneranno il terreno stesso del conflitto. Per approfondire questo quadro ti rimando agli articoli “Governare il cambiamento: scenari, sfide e prospettive della sicurezza nazionale nel 2026” e “Intelligence segnala computer quantistici come minaccia alla crittografia globale”, che letti insieme restituiscono la misura di una sicurezza sempre più legata al controllo dell’innovazione.
Marina Berlusconi, Repubblica e la ricomposizione del potere moderato
A volte la politica italiana si rimette in movimento non attraverso leggi, congressi o crisi di governo, ma tramite un gesto editoriale. La lettera di Marina Berlusconi pubblicata su Repubblica ha prodotto esattamente questo effetto: ha aperto una faglia simbolica e politica che va ben oltre il merito del referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati. Il punto vero non era soltanto cosa dicesse quella lettera, ma dove venisse pubblicata e chi scegliesse di darle ospitalità. Per decenni Repubblica è stata percepita come il luogo editoriale più ostile al berlusconismo. Per decenni il mondo dei Berlusconi e quello del giornale fondato in un’altra tradizione culturale si sono fronteggiati dentro uno schema quasi identitario. Proprio per questo, la decisione di ospitare Marina Berlusconi ha assunto il valore di una rottura d’epoca. La reazione è stata trasversale perché il cortocircuito ha colpito contemporaneamente destra e sinistra. Una parte della destra ha visto nell’episodio un cedimento verso un universo che per anni ha combattuto Silvio Berlusconi. Una parte della sinistra ha letto quella pubblicazione come un tradimento della memoria conflittuale che aveva definito per lungo tempo l’identità del giornale. Ma la verità politica è ancora più interessante: il gesto di Marina Berlusconi sembrerebbe segnalare che i mondi che per trent’anni si sono opposti ora stanno diventando porosi, forse compatibili, forse persino convergenti dentro nuovi equilibri di potere. Non si tratta di un episodio isolato. Il giorno della morte di Silvio Berlusconi, quando proprio da Repubblica, sotto la direzione di Maurizio Molinari, emerse la notizia secondo cui Pier Silvio Berlusconi e Marina Berlusconi avrebbero potuto vendere Mediaset. All’epoca quella notizia fu percepita come intempestiva e sgradita, soprattutto in un momento in cui il lutto familiare e nazionale dominava la scena. Ma riletta oggi, quella fase appare come l’inizio di un mutamento più profondo: il passaggio dal berlusconismo come eredità da custodire al berlusconismo come sistema da riprogettare. Da quel momento, Mediaset ha iniziato a cambiare pelle, non soltanto sul piano editoriale ma anche su quello culturale e politico. La presenza sempre più visibile di figure come Maurizio Molinari e Gianni Riotta dentro circuiti televisivi riconducibili al mondo berlusconiano è stata interpretata non come semplice apertura pluralista, ma come segnale di una ridefinizione del baricentro. Anche la presenza di Pucciarelli come opinionista va letta nello stesso senso: non conta solo il nome in sé, ma il messaggio complessivo di un perimetro che non si presenta più come blocco identitario della destra storica, bensì come campo largo dell’informazione compatibile con nuove grammatiche del potere moderato. Ad oggi non mancano tensioni interne, resistenze, mediazioni, scontri di linea.
Perfino i retroscena su Silvia Toffanin, Andrea Scanzi e Bianca Berlinguer assumono valore meno per il dettaglio mondano che per il segnale strutturale: Mediaset è apparsa attraversata da pesi nuovi, da spinte che ridisegnano il rapporto tra ascolti, posizionamento editoriale e rappresentazione del centrodestra televisivo. Persino figure considerate tradizionalmente interne a un immaginario moderato come Mario Giordano e Paolo Del Debbio sono richiamate per mostrare quanto il processo di trasformazione abbia toccato anche quelli che sembravano presìdi intoccabili in favore di colleghi come Tomaso Labate in difficoltà nel far decollare alcuni nuovi esperimenti televisivi. Tutto questo è la conferma che la fase è quella di una ricerca di equilibrio, non ancora definitivamente stabilizzata. Questa trasformazione mediatica coincide con l’evoluzione politica di Forza Italia. Il partito non verrebbe più pensato come casa di una destra liberale e identitaria nel senso classico del berlusconismo originario, ma come snodo di una ricomposizione più ampia tra moderatismo, tecnocrazia, interessi editoriali e gestione del potere. Da qui prende forma il sospetto di un possibile asse tra Forza Italia e la parte più scontenta del Partito Democratico, una zona grigia nella quale si incontrerebbero mondi un tempo separati. In questo schema, anche le manovre riconducibili a Maurizio Lupi e Carlo Calenda sembrano essere lette come tentativi di raccolta di frammenti dispersi del centro e del centrosinistra da ricondurre, direttamente o indirettamente, dentro un nuovo equilibrio del blocco moderato. Dentro questa galassia in movimento compare anche Fabrizio Corona, evocato come detonatore esterno di rancori, vendette, regolamenti di conti e malumori sedimentati tra ex dipendenti, ex colleghi e figure uscite dal perimetro berlusconiano. Il suo ruolo, più che politico in senso classico, viene letto come sintomo di una crepa nel sistema, di una pressione che viene da fuori ma che è alimentata da fratture interne. Anche i riferimenti a Francesca Pascale e ad altre figure della costellazione berlusconiana servono a mostrare come quella che un tempo appariva una galassia monolitica sia oggi un insieme attraversato da adattamenti, convenienze e nuovi assetti.
Il colpo di scena, però, sta tutto nell’emersione di Marina Berlusconi come possibile soggetto politico. Per anni il successore naturale, almeno nell’immaginario pubblico, sembrava essere Pier Silvio. Manager moderno, volto rassicurante, figura capace di tenere insieme innovazione aziendale e continuità simbolica. E invece la lettera a Repubblica viene interpretata come possibile tassello preliminare di una discesa in campo di Marina, rilanciata anche dalla narrazione di Corona. La condizione simbolica sarebbe una vittoria del sì al referendum, da capitalizzare come successo nel nome del padre. Se davvero si aprisse uno scenario di questo tipo, cambierebbe l’intero assetto del centrodestra, perché non si tratterebbe soltanto di ridefinire il futuro di Forza Italia, ma di capire se la famiglia Berlusconi sia pronta a contendere il baricentro stesso dell’area, fino a sfiorare una competizione con Giorgia Meloni.
A questo punto la questione non riguarda più solo i rapporti tra partiti. Riguarda il controllo dell’informazione dentro un perimetro tracciato da Agcom, del sottosegretario Alberto Barachini e di figure strategiche come Paolo Benanti, che delineano l’idea di un ecosistema in cui editori, apparati, authority e piattaforme digitali tenderebbero a ricomporsi più che a scontrarsi. Sullo sfondo compare anche John Elkann, associato a una possibile ulteriore virata dell’editoria italiana. Ne emerge un’immagine inquieta ma coerente: i grandi gruppi sembrano meno interessati al conflitto aperto e più alla normalizzazione del dissenso, alla riduzione preventiva di ciò che può emergere e di ciò che deve restare ai margini.
Per questo la lettera di Marina Berlusconi non è soltanto un episodio legato al referendum. È un segnale che tocca Mediaset, Forza Italia, la leadership del centrodestra, i rapporti tra editoria e politica, il ruolo delle authority e la blindatura dello spazio pubblico. E, in ultimo, tocca il destino del giornalismo indipendente. Per approfondire questa linea di trasformazione ti rimando all’articolo “Marina Berlusconi, Repubblica e la lunga marcia dei Berlusconi tra Mediaset, Forza Italia e controllo dell’informazione”, che mostra come una semplice lettera possa diventare la spia di una nuova geografia del potere italiano.
Paolo Benanti, il Vaticano e l’etica dell’IA come linguaggio del potere
C’è una figura che da anni occupa uno spazio peculiare nel rapporto tra tecnologia, istituzioni, morale e mercato: Paolo Benanti. Non è il tecnico puro, non è il politico in senso stretto, non è il manager di una Big Tech. È il soggetto che entra in scena quando l’innovazione diventa troppo delicata per essere lasciata ai soli ingegneri e troppo carica di conseguenze simboliche per essere trattata solo dagli apparati. Proprio per questo il tsuo ruolo è forse uno dei più interessanti di questa settimana, perché non si limita a discutere l’etica dell’intelligenza artificiale, ma mette a fuoco il problema della sua funzione narrativa e politica. In altri termini: l’etica serve davvero a frenare la macchina, oppure rischia di diventare il linguaggio con cui la macchina si rende più accettabile?
Il quadro parte da una contraddizione molto netta. Da una parte c’è il silenzio, o almeno la prudenza, tenuta su sistemi di guerra algoritmica come Lavender, evocati come simbolo di un’IA che non si limita a supportare, ma entra nel cuore della decisione letale. Dall’altra emerge il tentativo di costruire un rapporto con Dario Amodei, fondatore di Anthropic, presentato come figura spendibile per rilanciare il racconto di una IA etica. Qui il punto non è semplicemente stabilire se l’intenzione sia buona o cattiva. Il punto è chiedersi perché l’etica torni a essere mobilitata proprio in una fase in cui la competizione globale sull’IA è dominata da supremazia industriale, profondità militare, sorveglianza e capacità di controllo. Benanti avrebbe individuato in Amodei un interlocutore autorevole, forte, reputazionalmente adatto a riportare al centro una visione morale della tecnologia. La scelta, in sé, non è neutrale. In un momento in cui il dibattito globale è occupato da attori che si muovono apertamente dentro la logica del potere strategico, scegliere un nome come Amodei consente di parlare di limiti e responsabilità senza uscire dal recinto del capitale occidentale avanzato. Qui sta il primo grande nodo: non si sceglie un interlocutore marginale, ma un attore capace di tenere insieme mercato, istituzioni e prestigio internazionale. Ed è proprio per questo che si insiste sulla figura di Peter Thiel come snodo decisivo. Nel racconto pubblico più benevolo, Amodei può apparire come il dirigente che prende le distanze dagli impieghi peggiori dell’IA. Ma nel quadro più critico la questione è diversa: non si tratterebbe di un rifiuto netto della militarizzazione della tecnologia, bensì di una presa di distanza rispetto ad alcune applicazioni specifiche, soprattutto quando toccano certi terreni di sorveglianza interna o di reputazione pubblica. È una distinzione fondamentale. Perché opporsi a una particolare declinazione dell’uso dell’IA non significa opporsi in radice alla sua integrazione dentro la filiera del potere. E se quella filiera chiama in causa capitale, sicurezza, difesa, influenza politica e Big Tech, allora il problema non è l’immagine di un singolo attore, ma l’infrastruttura entro cui si muove.
È qui che l’operazione di pulizia morale rischia di apparire ambigua. Presentare Anthropic come luogo della coscienza e del limite può nascondere il fatto che anche quella esperienza si colloca dentro i circuiti del potere strategico occidentale. In questa chiave, Benanti non sarebbe tanto il garante che rompe con i forti, quanto il mediatore che trova la formula per restare dentro la partita senza esporsi frontalmente. È un ruolo molto raffinato, e proprio per questo controverso: criticare abbastanza da risultare credibile, ma non tanto da diventare irrilevante o incompatibile con i centri in cui si decide davvero. Il Vaticano entra in questa cornice come attore istituzionale che avrebbe interesse a rilanciare la propria iniziativa sull’IA, soprattutto se davvero, come da ESCLUSIVA di Matrice digitale, esisterebbe un incarico o un impulso proveniente da papa Prevost per aprire un canale con Amodei. La posta in gioco, allora, non è soltanto culturale. È anche politica, perché la Chiesa, di fronte a trasformazione tecnologica, minacce cyber e pressione geopolitica crescente, può cercare nell’etica dell’IA un nuovo terreno di intervento universale. Ma proprio qui si apre il paradosso centrale: parlare di etica come principio globale in una fase in cui nessuno dei grandi blocchi strategici sembra disposto a rinunciare ai vantaggi che l’IA offre sul piano del controllo, della guerra e della sorveglianza rischia di trasformare la morale in marketing reputazionale. La formula dell’umanesimo digitale rischia quindi di perdere mordente. Non perché sia sbagliata in astratto, ma perché viene evocata dentro un contesto in cui i giochi veri si fanno altrove. Stati, apparati di sicurezza, industrie della difesa e piattaforme private non sembrano muoversi verso una rinuncia condivisa, ma verso una gestione strategica dei vantaggi competitivi. In questo scenario, l’etica può restare come lessico, come cornice, come condizione di legittimità pubblica. Ma difficilmente riesce a incidere sui rapporti di forza reali se non è accompagnata da una rottura chiara con la militarizzazione e con la concentrazione del potere tecnico. Ci sarebbe anche una lettura più materiale e opportunistica della vicenda. L’avvicinamento a Amodei e al mondo Anthropic potrebbe servire non soltanto a rilanciare un’idea morale dell’IA, ma anche a consolidare possibilità di finanziamento, accreditamento e collaborazione. In altre parole, l’etica come linguaggio capace di aprire porte, non necessariamente di chiuderle. Questa ipotesi acquista forza quando il ragionamento si sposta sulla sicurezza del Vaticano, sulla crescente pressione cyber e sulla possibilità che si sviluppino appalti, strumenti intelligenti e soluzioni operative in grado di offrire protezione alle istituzioni religiose. A quel punto, il confine tra riflessione morale e legittimazione di mercato si assottiglia drasticamente.
La conclusione è scomoda, ma potente: il problema non è l’etica dell’IA in sé. Il problema è chi la usa e per cosa. Se l’etica serve a denunciare la trasformazione dell’elaborazione automatica in potere di vita e di morte, allora può essere ancora un argine. Se invece serve a rendere più presentabile la stessa filiera del potere che integra l’IA dentro guerra, sorveglianza e comando, allora rischia di diventare il suo cappellano. È questa l’immagine più forte del pezzo: non il freno della macchina, ma la sua benedizione morale. Per approfondire questo nodo ti rimando all’inchiesta “Il cappellano dell’algoritmo: l’illusione dell’IA etica e l’azione del Vaticano sulle Big Tech”, che mette a fuoco con precisione il conflitto tra linguaggio della coscienza e logiche della potenza.
Epstein files, la rubrica nera e il potere come infrastruttura relazionale
Con la seconda inchiesta su Jeffrey Epstein, il racconto smette di concentrarsi sull’ascesa individuale del personaggio e si sposta sulla sua rete. È un passaggio fondamentale, perché un caso come Epstein cambia natura quando non viene più letto come somma di episodi, ma come sistema di accesso. Nei file resi pubblici, nella ricostruzione basata sui documenti giudiziari e nel racconto che viene attribuito a Claudio Lauretti, la vicenda non procede per fatti isolati ma per connessioni, frequenze, trasferte, mail, presenze, bonifici, ruoli e deleghe. Ed è proprio questa densità di relazioni a trasformare il caso da crimine privato a infrastruttura di potere. Il nome che regge l’intera impalcatura è Ghislaine Maxwell. Non appare come comparsa, ma come figura chiave: snodo tra reclutamento, logistica e accesso sociale. La sua condanna del 2021 per traffico di minorenni viene richiamata per segnalare che non ci si trova davanti a un semplice contorno mondano, ma a una macchina con ruoli precisi. In questo quadro, la cosiddetta rubrica nera, attribuita a Maxwell e forte di oltre 1500 contatti, diventa simbolo di qualcosa di molto più grande di un’agenda. Diventa l’archivio di un potere relazionale che consente a Epstein di entrare in contatto con politica, finanza, aristocrazia, filantropia, spettacolo, ricerca e alta amministrazione. Il punto non è dedurre automaticamente colpe per contiguità. Il punto è capire che l’accesso ripetuto è già un fatto giornalistico.
Bonifici milionari, società utilizzate per il transito di denaro e gestione di patrimoni, compiono un’operazione decisiva: mostrano che la rete sociale e la rete economica non sono piani separati. Epstein non appare soltanto come uomo ricco o mondano. Appare come soggetto che offre protezione, intermediazione, servizi, accesso, copertura. È questa funzione che rende la sua posizione così inquietante. Perché se il potere si fida, affida, delega, continua a frequentare anche dopo uno scandalo, significa che in gioco non c’è più la sola reputazione, ma una qualche forma di utilità. In un sistema di questo tipo, il denaro non compra soltanto lusso. Compra silenzio, vicinanza e dipendenza. Tra i nomi evocati, quello di Bill Clinton è il più emblematico e dai documenti pubblicati emergerebbero 26 voli sul jet di Epstein. Qui la questione non è il singolo viaggio, ma la frequenza. In un caso come questo, la frequenza trasforma l’episodio in abitudine e la conoscenza in continuità. Lo stesso vale per il riferimento alle dozzine di mail tra lo staff dei Clinton e la società di Epstein: non è il singolo messaggio a contare, ma la massa. La quantità, nel racconto, è ciò che sposta la percezione da casualità a struttura. Il jet non è solo un mezzo di trasporto: è un corridoio mobile tra mondi, un luogo di relazione, una rotta di accesso.
Il capitolo dedicato a Bill Gates si muove in una direzione analoga, ma con una tonalità diversa. Dai documenti esaminati emergerebbero soprattutto legami professionali, appuntamenti in ufficio, voli privati, contatti mediati da figure come Boris Nikolic, proposte legate a fondazioni e temi come la preparazione pandemica. Tuttavia, proprio la logistica di alcuni incontri e il fatto che Gates avrebbe volato da solo sull’aereo di Epstein, senza il proprio team di sicurezza, suggeriscono nel una familiarità che eccede la semplice relazione filantropica. Non si produce qui un’accusa conclusiva, ma si delinea una dinamica in cui l’intermediazione di Epstein appare funzionale all’accesso, alla costruzione di rapporto, forse anche alla possibilità di raccogliere elementi sensibili utili a esercitare influenza. Il caso del principe Andrea è descritto con un tono ancora più netto. Il riferimento ai documenti Giuffre contro Maxwell, alle visite nelle residenze private di Epstein e alle conseguenze economico-giuridiche culminate nell’accordo da 12 milioni di sterline spinge la vicenda dentro un perimetro in cui la relazione non è più leggibile come semplice mondanità. L’insistenza sui luoghi, sui voli, sulle permanenze a Little St. James e sulle mail mira a mostrare che la questione non riguarda un incontro occasionale, ma una frequentazione che si sviluppa attraverso spazi privati e disponibilità reiterate. Ancora una volta, la struttura del potere emerge nei luoghi che apre, negli spazi che rende accessibili e nelle protezioni che offre.
Uno dei passaggi più perturbanti del racconto riguarda il presunto codice nelle mail: parole come “pizza” e “hot dog”, integrate nel racconto come parte di un linguaggio criptato, assieme all’idea che accanto a quel codice esistessero anche richieste formulate “in chiaro”. Indipendentemente dal grado di validazione di ogni singolo elemento, il significato narrativo è potente: il caso Epstein viene presentato non solo come insieme di relazioni, ma come ambiente in cui la percezione di impunità sarebbe stata così forte da consentire alternanza tra occultamento e quasi esplicitezza. In un contesto del genere, il linguaggio non è semplice dettaglio. È spia del fatto che il crimine può diventare tollerabile quando si sente protetto da un ecosistema di potere.
Il racconto prosegue toccando il livello finanziario e politico con esempi molto concreti: Peter Mandelson che avrebbe mantenuto rapporti anche dopo il 2008, cioè dopo il primo arresto di Epstein; JP Morgan associata a pagamenti per eventi; Leon Black che avrebbe pagato 158 milioni di dollari per servizi fiscali; Naomi Campbell, Ehud Barak, Barclays, Les Wexner. Anche qui la logica è la stessa: la quantità delle mail, delle visite, dei voli, delle deleghe, dei trasferimenti e delle consulenze non viene usata come semplice colore, ma come prova di sistema. Non c’è solo un uomo potente e predatorio. C’è un soggetto che continua a risultare utile a chi dovrebbe prenderne le distanze. È a questo punto che il caso si rivela per ciò che è nel quadro offerto dall’inchiesta: un dispositivo di potere. Se un uomo conserva archivi di contatti, comunicazioni, appuntamenti e spostamenti; se attorno a questi materiali ruotano figure politiche, finanziarie e culturali di primo piano; se i rapporti persistono anche dopo il disvelamento pubblico di accuse gravissime; allora la questione non è più soltanto morale o criminale. Diventa strutturale. Significa che il denaro ha funzionato come passaporto e i segreti come catene. Significa che il crimine, quando si intreccia con l’utilità, può essere ospitato, tollerato e perfino metabolizzato.
Ed è questa forse la lezione più dura della seconda inchiesta su Epstein: non basta osservare il predatore. Bisogna osservare il mondo che continua a considerarlo utile. Perché è lì che si misura la profondità del sistema. Per approfondire questa rete di relazioni, trasferimenti, archivi e potenziali ricatti ti rimando all’inchiesta “La rubrica nera negli Epstein files: chi c’è dentro è invischiato fino all’osso”, che mostra come la forza di un caso non stia solo negli abusi, ma nella normalizzazione dell’abuso dentro le élite.
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