L’Italia chiude la rete e apre la Difesa a Fedorov
Più controlli su dati e minori, 395 campagne cyber e un ex ministro ucraino vicino alla Difesa: cosa sta cambiando.
Caro lettore,
l’ultima settimana di luglio accompagna l’Italia dentro agosto mostrando quattro linee di frattura che ormai appartengono allo stesso scenario: la trasformazione della guerra in industria tecnologica, la circolazione incontrollata dei dati personali, la continuità delle frodi informatiche e l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella propaganda politica. L’offerta di Guido Crosetto a Mykhailo Fedorov porta dentro la Difesa italiana l’esperienza maturata dall’Ucraina nella guerra dei droni, ma apre anche interrogativi sull’influenza politica, sulla sovranità industriale e sulla gestione delle informazioni strategiche. Intanto il Garante della privacy e AGCOM accelerano l’azione contro data broker, sorveglianza dei lavoratori, marketing illegittimo e siti per adulti privi di verifica dell’età. Sul fronte strettamente informatico, i numeri di CERT-AGID raccontano una minaccia stabile e industrializzata, lontana dalle narrazioni catastrofiste ma abbastanza concreta da colpire ogni settimana cittadini e imprese. Infine, Roberto Vannacci utilizza ancora una volta l’intelligenza artificiale per trasformare Giorgia Meloni, l’antica Roma e Bruxelles nei personaggi di una campagna elettorale permanente.
Crosetto, Fedorov e la nuova filiera italiana della guerra
La telefonata di Guido Crosetto a Mykhailo Fedorov non può essere interpretata come la semplice ricerca di un esperto straniero capace di spiegare all’Italia come costruire droni migliori. Fedorov non è un ingegnere chiamato a risolvere un problema tecnico circoscritto e non è neppure un consulente industriale privo di una propria collocazione politica. È stato uno degli uomini più potenti del sistema ucraino, ha guidato la trasformazione digitale del Paese, ha contribuito alla campagna che portò Volodymyr Zelensky alla presidenza e ha organizzato una parte rilevante della mobilitazione tecnologica e produttiva sviluppata dopo l’invasione russa. L’offerta avanzata dal ministro della Difesa italiano arriva quindi in un momento particolarmente delicato. Fedorov ha lasciato il governo ucraino, ha rifiutato incarichi che considerava privi dei poteri necessari per incidere sulla conduzione della guerra e viene ormai osservato come un possibile concorrente politico di Zelensky, non come un semplice ex ministro in cerca di una nuova sistemazione professionale. I sondaggi citati nel dibattito ucraino non lo trasformano automaticamente nel successore designato del presidente, ma certificano la crescita di una figura capace di presentarsi come alternativa generazionale e tecnologica all’attuale classe dirigente.
Quando Crosetto gli propone di trasferirsi a Roma per lavorare come consigliere, l’Italia non sta soltanto tentando di importare competenze militari. Potrebbe offrire una piattaforma internazionale a un uomo che dispone di consenso personale, relazioni con le aziende tecnologiche occidentali, conoscenze sulle infrastrutture digitali ucraine e accesso ai circuiti industriali costruiti durante quattro anni di guerra. Roma rischierebbe così di ospitare contemporaneamente un consulente della Difesa italiana e un potenziale protagonista della futura successione politica di Kiev.mLa questione non consiste nel sospettare automaticamente uno straniero perché straniero. Il punto è comprendere quale incarico potrebbe essere assegnato, quali informazioni sarebbero accessibili, chi eserciterebbe il controllo e quale sarebbe il rapporto tra la nuova funzione italiana e le eventuali ambizioni politiche di Fedorov. Una consulenza sui droni non può essere affidata sulla base della sola amicizia personale tra un ministro e un dirigente straniero, soprattutto quando riguarda un settore nel quale convergono segreti industriali, sistemi d’arma, dati operativi, imprese partecipate e alleanze internazionali.
Fedorov ha costruito il proprio potere attraverso la capacità di fondere comunicazione, amministrazione pubblica e industria tecnologica. Prima della guerra è stato il volto dello “Stato nello smartphone”, il progetto che avrebbe dovuto trasferire servizi, documenti e procedure amministrative all’interno dell’applicazione Diia. La piattaforma ha semplificato il rapporto tra cittadini e istituzioni, ma ha anche collocato la trasformazione digitale ucraina dentro una rete di finanziamenti, consulenze e infrastrutture occidentali. Non esistono elementi sufficienti per sostenere che Fedorov abbia personalmente ceduto alle multinazionali statunitensi le banche dati dei cittadini ucraini. Esiste però una dipendenza documentata dall’ecosistema tecnologico occidentale, costruita attraverso programmi sostenuti dagli Stati Uniti, fornitori privati, piattaforme digitali e infrastrutture indispensabili per il funzionamento dello Stato. La sovranità formale dei registri non coincide automaticamente con la sovranità tecnologica: un Paese può conservare la titolarità giuridica dei dati e dipendere comunque da chi finanzia, aggiorna, protegge o rende operativa l’architettura che li gestisce. Dopo l’invasione russa, questa struttura civile è diventata una macchina di guerra. Diia è stata utilizzata per comunicare con la popolazione, raccogliere fondi e sostenere lo sforzo nazionale. Il ministero digitale ha esercitato pressione sulle grandi piattaforme affinché interrompessero i rapporti con la Russia. I terminali Starlink hanno garantito connettività alle strutture ucraine. La IT Army of Ukraine ha coordinato migliaia di volontari e indicato obiettivi informatici russi e bielorussi attraverso canali pubblici.
Fedorov non ha inventato i droni ucraini, ma ha costruito l’ambiente necessario per trasformarli in una filiera industriale. Army of Drones, Brave1, le piattaforme digitali di acquisto e i programmi di sperimentazione hanno ridotto la distanza tra le richieste provenienti dal fronte e le capacità delle aziende. Prototipi costruiti da start-up e laboratori vengono testati in combattimento, corretti attraverso i dati operativi e rimessi in produzione nel giro di settimane. È questa velocità, più ancora del singolo modello di drone, a rappresentare il vantaggio ucraino. L’Ucraina è riuscita a sviluppare velivoli FPV, sistemi controllati tramite fibra ottica, droni intercettori, piattaforme a lungo raggio e mezzi terrestri senza pilota capaci di competere con le soluzioni russe e con le tecnologie iraniane utilizzate da Mosca. La guerra ha trasformato il territorio ucraino nel più grande laboratorio europeo per la robotizzazione del combattimento, consentendo ai produttori di verificare immediatamente efficacia, vulnerabilità e costi delle proprie soluzioni. È comprensibile che Crosetto voglia portare questa esperienza in Italia. Il problema è stabilire se Roma intenda acquisire un metodo, una tecnologia oppure un’intera rete di relazioni politiche e industriali costruita durante il conflitto.
L’offerta a Fedorov si inserisce in una trasformazione già avviata della politica industriale italiana. La filiera nazionale dei droni non è più nazionale nel senso tradizionale del termine. Leonardo ha stretto una joint venture con la turca Baykar per combinare sensoristica, elettronica, sistemi di missione e capacità produttive. Fincantieri partecipa alle iniziative europee e ucraine sui mezzi autonomi navali e subacquei. Leonardo DRS collabora con la società israeliana Regulus sui sistemi destinati a individuare e neutralizzare piccoli velivoli senza pilota. L’Italia si muove quindi dentro un asse tecnologico che coinvolge aziende turche, israeliane, ucraine, europee e statunitensi. Non si tratta necessariamente di una rinuncia alla sovranità. Nessun Paese europeo possiede da solo tutte le capacità necessarie per produrre sensori, motori, collegamenti satellitari, sistemi di guerra elettronica, software di guida e piattaforme autonome. La cooperazione internazionale diventa inevitabile.
La sovranità si perde, però, quando l’Italia non controlla il codice, gli aggiornamenti, le chiavi crittografiche, la telemetria, i dati raccolti durante le operazioni e la possibilità di sostituire i componenti forniti dai partner. Una bandiera italiana dipinta sulla fusoliera non rende italiano un sistema il cui funzionamento dipende da tecnologie che Roma non può ispezionare, modificare o riprodurre. È in questo passaggio che l’eventuale incarico di Fedorov assume una valenza strategica. L’ex dirigente ucraino potrebbe aiutare l’Italia a ridurre tempi burocratici, accelerare le sperimentazioni, coinvolgere le start-up e avvicinare i produttori alle esigenze delle forze armate. Potrebbe però anche diventare il nodo di collegamento tra il sistema industriale italiano e una rete ucraina che mantiene propri interessi economici, politici e militari. Crosetto dovrebbe quindi chiarire chi nominerebbe Fedorov, quale sarebbe il compenso, a chi risponderebbe, quali aziende potrebbe incontrare e quali documenti potrebbe consultare. Servono regole sulla proprietà intellettuale, sulla riservatezza, sui conflitti di interesse e sulla destinazione delle informazioni prodotte durante la consulenza. Un incarico nella Difesa non può essere trattato come una collaborazione personale costruita al telefono.
La presenza di Fedorov a Roma avrebbe conseguenze che superano il settore militare. In Italia vive la più numerosa comunità ucraina presente tra i Paesi non appartenenti all’Unione europea, con insediamenti consolidati nelle principali regioni e nelle grandi aree metropolitane. Questa comunità non rappresenta di per sé una minaccia e non può essere considerata automaticamente uno strumento di influenza straniera. La sua dimensione crea però uno spazio sociale, mediatico, economico e politico nel quale possono agire associazioni, reti di raccolta fondi, organizzazioni civili e soggetti collegati alle istituzioni di Kiev. L’eventuale trasferimento di un possibile candidato presidenziale ucraino a Roma potrebbe trasformare l’Italia in una piattaforma di costruzione del consenso esterno. Fedorov avrebbe accesso ai vertici della difesa europea, alle imprese partecipate, alle istituzioni dell’Unione e a una comunità numericamente rilevante. Il rischio non è la nascita dichiarata di un partito ucraino in Italia, ma la formazione di un’area di influenza capace di orientare priorità, alleanze e dibattito pubblico.
La guerra ha già modificato il sistema politico italiano. Per anni giornalisti, accademici e movimenti contrari all’invio di armi sono stati etichettati come filorussi, spesso senza distinguere tra vicinanza a Mosca, neutralismo, pacifismo e critica alla NATO. Oggi il sostegno permanente a Kiev viene utilizzato, in senso opposto, come certificato di affidabilità occidentale. Partiti, fondazioni, associazioni e gruppi di pressione possono costruire la propria legittimazione intorno alla difesa dell’Ucraina senza ricevere necessariamente finanziamenti illegali. L’influenza straniera moderna passa attraverso relazioni, consulenze, investimenti, conferenze, campagne digitali e accesso privilegiato ai decisori, non soltanto attraverso valigette di denaro o bonifici clandestini. La stessa cooperazione militare produce contratti, aziende, start-up, intermediari e gruppi economici interessati alla prosecuzione delle relazioni con Kiev. Le decine di miliardi stanziate dall’Unione europea non rimangono dentro il bilancio ucraino: generano industrie, progetti, programmi di ricerca e soggetti economici in grado di entrare stabilmente nei circuiti europei.
L’operazione Fedorov sembra infine inserirsi nella più ampia trasformazione della sicurezza nazionale perseguita da Crosetto. L’Italia appare sempre meno interessata a un modello autonomo e protetto di intelligence e sempre più orientata verso una cooperazione strutturale con Ucraina, Israele, Stati Uniti e sistemi industriali collegati all’Alleanza atlantica. Non si tratta di una completa novità. Dopo la crisi di Sigonella e la fine della stagione politica di Bettino Craxi, la collocazione italiana è diventata progressivamente più compatibile con l’asse atlantico. Ciò che cambia oggi è la profondità tecnologica di questa appartenenza. Le alleanze non riguardano più soltanto basi militari, trattati e operazioni comuni, ma dati, software, satelliti, cloud, sensori e algoritmi. La collaborazione con Israele sui sistemi counter-drone, con la Turchia sulla produzione, con gli Stati Uniti sulle architetture operative e con l’Ucraina sull’esperienza di combattimento può offrire all’Italia un vantaggio industriale concreto. Può anche creare dipendenze difficili da invertire. Più il sistema diventa integrato, più diventa complicato stabilire dove finisca la cooperazione e dove inizi la subordinazione. Fedorov potrebbe essere un acceleratore straordinario per la filiera italiana dei droni. Potrebbe anche portare dentro la Difesa italiana un centro di potere straniero, dotato di ambizioni politiche e di una rete internazionale autonoma. La differenza dipenderà dal mandato, dai controlli e dalla capacità di Crosetto di anteporre l’interesse nazionale al rapporto personale.
Per comprendere quali opportunità e quali rischi si nascondano dietro l’offerta italiana, leggi l’inchiesta completa “Crosetto chiama Fedorov: droni, politica e sovranità italiana” su Matrice Digitale.
Privacy, AI Act e blocchi della rete: l’Italia accelera
La sanzione da 2 milioni di euro inflitta dal Garante della privacy a Lusha Systems rappresenta una risposta anche a chi aveva liquidato come allarmistiche le denunce sulla disponibilità online dei dati riferiti a esponenti politici, funzionari pubblici e rappresentanti istituzionali. La piattaforma statunitense raccoglieva e vendeva indirizzi email, numeri telefonici, ruoli professionali e localizzazioni ottenuti da social network, fornitori terzi, rubriche, calendari e account di posta elettronica. Nei database erano presenti contatti attribuiti anche a Sergio Mattarella, Antonio Tajani, Guido Crosetto e altri rappresentanti delle istituzioni. Le verifiche tecniche che avevano individuato questa esposizione non erano quindi una ricerca di notorietà, come qualcuno aveva tentato di sostenere, ma l’emersione di un mercato nel quale informazioni apparentemente professionali venivano aggregate e trasformate in un prodotto commerciale. Il provvedimento conferma una regola essenziale: un dato pubblicato su Internet non diventa automaticamente disponibile per qualsiasi trattamento. La raccolta massiva, l’aggiornamento continuo e la vendita richiedono una base giuridica reale. Il legittimo interesse non può diventare una formula universale con cui autorizzare la sorveglianza commerciale di milioni di persone. Il Garante ha ordinato a Lusha di interrompere il trattamento dei dati riferiti alle persone presenti in Italia e di cancellare quelli già raccolti. La misura è più importante della stessa multa, perché colpisce direttamente l’archivio che alimenta il servizio.
L’attivismo dell’Autorità non si è fermato ai data broker. Piaggio è stata sanzionata per avere conservato sistematicamente le email aziendali e i log degli accessi, creando un’infrastruttura capace di ricostruire a distanza di anni l’attività dei dipendenti. Il backup non può diventare un archivio permanente utilizzabile per controlli retroattivi o procedimenti disciplinari privi delle garanzie previste dalla legge. Altroconsumo è stata invece multata per comunicazioni promozionali inviate senza una base giuridica valida e per una gestione incapace di distinguere tra utenti realmente registrati e persone che avevano abbandonato la procedura. Un tentativo di iscrizione non equivale a un consenso commerciale, così come l’inerzia dell’utente non può essere interpretata come autorizzazione al marketing. Contemporaneamente, il Garante ha chiesto maggiori poteri nell’attuazione italiana dell’AI Act. Vuole poter emanare linee guida, partecipare alle procedure di sperimentazione e intervenire sui sistemi ad alto rischio utilizzati nella giustizia, nel lavoro, nelle attività di polizia e nei processi democratici. Particolare attenzione viene riservata al riconoscimento biometrico: l’intelligenza artificiale non deve trasformare ogni luogo pubblico in uno spazio di identificazione preventiva e generalizzata. Il riconoscimento facciale ex post può essere ammesso in presenza di esigenze investigative definite. La raccolta indiscriminata delle immagini di tutti i cittadini, invece, rischia di costruire una sorveglianza permanente incompatibile con i principi europei.
Anche AGCOM procede nella costruzione di una rete sempre più regolata a livello nazionale. Il blocco DNS di Escort Advisor deriva dalla mancata adozione di un sistema effettivo di verifica dell’età. La semplice dichiarazione con cui un utente afferma di avere più di diciotto anni non è più considerata sufficiente. L’obiettivo è impedire ai minori di accedere ai contenuti per adulti, ma la soluzione introduce un problema altrettanto rilevante: evitare che gli adulti siano costretti a consegnare documenti, dati biometrici o informazioni sulla propria navigazione direttamente ai gestori dei siti. La verifica deve confermare il raggiungimento della maggiore età senza trasformarsi in un sistema di identificazione degli utenti. Il blocco di Escort Advisor segue la stessa logica operativa utilizzata da AGCOM in altri ambiti, a partire dalla pirateria audiovisiva. Diffida, termine per l’adeguamento e disabilitazione dell’accesso diventano gli strumenti con cui l’Autorità applica le regole italiane anche ai servizi gestiti da società straniere. Si delinea così un’Internet sempre meno universale e sempre più suddivisa per giurisdizioni, nella quale gli Stati intervengono sui provider nazionali per impedire l’accesso ai servizi non conformi. La tutela dei minori costituisce una finalità legittima, ma l’estensione dei blocchi richiede trasparenza, proporzionalità e possibilità di contestazione. Uno strumento nato per proteggere può diventare rapidamente una forma ordinaria di controllo della rete.
Approfondisci l’intero dossier leggendo su Matrice Digitale gli articoli dedicati alla sanzione contro Lusha, ai provvedimenti su Piaggio e Altroconsumo, all’attuazione dell’AI Act e al blocco di Escort Advisor.
Le 395 campagne cyber che raccontano il vero rischio italiano
I dati diffusi da CERT-AGID per luglio descrivono un’Italia sottoposta a una pressione informatica costante, ma non immersa nell’ecatombe digitale spesso evocata dalla comunicazione istituzionale e commerciale. Tra il 4 e il 24 luglio sono state rilevate 395 campagne malevole, delle quali 270 rivolte direttamente contro utenti italiani. Gli indicatori di compromissione distribuiti agli enti accreditati sono stati 3.264. La continuità è più significativa del singolo picco. CERT-AGID ha osservato 130 campagne nella prima settimana, altre 130 nella seconda e 135 nella terza. Il sistema criminale non ha bisogno di un attacco eccezionale per produrre danni: lavora con la regolarità di una filiera industriale, sostituendo domini, allegati, marchi copiati e infrastrutture di comando senza cambiare il modello economico. Le esche più efficaci sfruttano enti con i quali il cittadino teme di avere un problema urgente. INPS, Agenzia delle Entrate, PagoPA, SEND e Ministero della Salute diventano i volti di false multe, rimborsi, verifiche, rinnovi e anomalie amministrative. Il nome pubblico serve a trasferire l’autorevolezza dell’istituzione dentro la truffa. Il criminale non deve convincere la vittima di avere vinto un premio improbabile. Deve soltanto farle credere di avere una multa da pagare, un rimborso da riscuotere o una posizione previdenziale da verificare. La paura di una sanzione e la promessa di un accredito producono la stessa reazione: il clic impulsivo.
Il vero pericolo è la frode personalizzata
Le campagne più insidiose non si limitano a rubare una password. Phishing, smishing e vishing vengono concatenati per costruire una relazione fraudolenta sempre più credibile. Una pagina falsa può raccogliere nome, numero di telefono, dati della carta e informazioni anagrafiche. Questi elementi vengono poi utilizzati durante una telefonata nella quale il criminale conosce già una parte della storia della vittima e può presentarsi come operatore bancario o funzionario pubblico. Sugli smartphone circolano trojan bancari come BingoMod e Anatsa, distribuiti attraverso SMS e applicazioni installate fuori dagli store ufficiali. Sul desktop continuano a dominare FormBook, Remcos, AgentTesla, GuLoader e XWorm, nascosti dentro archivi compressi, immagini disco, fogli Excel e script. La tecnica cambia, ma il punto debole resta l’interazione umana costruita intorno a un contesto plausibile. Questo è il rischio reale per l’Italia. Non un collasso generalizzato delle infrastrutture nazionali, ma una produzione continua di frodi capace di colpire migliaia di persone alla volta. La minaccia è meno spettacolare di un attacco a una centrale elettrica, ma produce perdite economiche, furti d’identità, compromissioni aziendali e accessi abusivi con una frequenza molto superiore.
Leggi l’analisi completa “CERT-AGID rileva 395 campagne malevole in tre settimane di luglio” su Matrice Digitale per conoscere marchi imitati, malware distribuiti e tecniche utilizzate contro cittadini e imprese.
Vannacci usa Meloni e l’AI per occupare la destra
Roberto Vannacci ha compreso che l’intelligenza artificiale non serve soltanto a produrre immagini spettacolari, ma può essere utilizzata per fabbricare alleanze, gerarchie e rapporti politici che non esistono formalmente. Nel nuovo video ispirato all’antica Roma, Giorgia Meloni torna accanto al generale dopo avere preso le distanze dal precedente contenuto nel quale esponenti dell’opposizione venivano eliminati simbolicamente. La presidente del Consiglio aveva dichiarato di essere stata inserita a propria insaputa e aveva respinto quel linguaggio. Vannacci risponde reinserendola ancora una volta nel proprio universo narrativo. Non dimostra l’esistenza di un accordo con Meloni: produce visivamente l’idea che quell’accordo esista.
È un passaggio decisivo. La propaganda tradizionale doveva fotografare un incontro, citare una dichiarazione o mostrare un palco condiviso. La propaganda generativa può costruire la scena che serve, assegnare ruoli ai protagonisti e diffondere l’immagine prima ancora che i diretti interessati riescano a contestarla. Nel video, Meloni diventa la leader nazionale che accompagna Vannacci nella conquista simbolica dell’Europa. Il generale si appropria così dell’immagine della premier, ma la colloca dentro una gerarchia comunicativa controllata da lui. Vannacci decide la scena, stabilisce il messaggio e assegna alla presidente del Consiglio il ruolo necessario alla propria campagna. La risposta sembra rivolta anche alla lettura secondo cui il precedente video rappresentasse un’aggressione non soltanto contro l’opposizione, ma contro la stessa leadership di Meloni. Nel nuovo contenuto, Vannacci non esclude la premier: la incorpora. Il risultato è più sofisticato, perché consente di competere con Fratelli d’Italia senza presentarsi apertamente come nemico del governo.
Il bersaglio di Vannacci non è più soltanto la Lega. Il generale punta all’intero bacino elettorale che aveva attribuito al centrodestra una funzione di rottura con Bruxelles, con la politica tradizionale e con i governi tecnici. Una parte di quel pubblico considera oggi Giorgia Meloni troppo compatibile con gli equilibri europei, troppo prudente nei rapporti internazionali e troppo distante dalle promesse formulate durante gli anni dell’opposizione. Vannacci tenta di occupare esattamente questa casella. Non deve dimostrare che il governo abbia fallito in ogni settore. Deve convincere gli elettori che la maggioranza abbia rinunciato alla propria radicalità una volta conquistato il potere. Il generale si presenta quindi come il custode delle promesse tradite, l’uomo disposto a pronunciare ciò che gli altri non possono più dire e a rappresentare ciò che il governo non può più fare. La strategia gli consente di sottrarre voti a Matteo Salvini, ma anche di rivolgersi direttamente agli elettori di Fratelli d’Italia. Può inoltre attrarre cittadini che non appartengono alla destra tradizionale, ma considerano l’Unione europea un apparato burocratico distante, incapace di difendere l’industria italiana e dominato dagli interessi francesi e tedeschi.
La sua campagna non propone necessariamente l’uscita dall’Unione europea. Promette qualcosa di più ambiguo e, proprio per questo, più spendibile elettoralmente: conquistare Bruxelles dall’interno, riportare Roma al centro e costringere gli altri governi a riconoscere il peso dell’Italia. Questo messaggio può parlare contemporaneamente al sovranista favorevole alla rottura, all’imprenditore contrario alle regole europee, al moderato deluso dalla debolezza negoziale italiana e all’elettore che vorrebbe semplicemente vedere il proprio Paese trattato alla pari con Francia e Germania. La presenza della presidente del Consiglio nel video assume un significato ulteriore dopo l’impegno politico a limitare l’utilizzo scorretto dell’intelligenza artificiale nelle campagne elettorali. Vannacci utilizza il volto di Meloni per trasformarla nella protagonista involontaria di un contenuto generativo, mostrando la fragilità di qualsiasi accordo fondato sulla sola volontà dei partiti tradizionali. La leader di Fratelli d’Italia può dissociarsi, contestare l’utilizzo della propria immagine e ribadire di non avere autorizzato il filmato. Il contenuto, però, ha già prodotto il suo effetto. È stato condiviso, commentato e trasformato in una prova visiva di vicinanza politica.
L’intelligenza artificiale consente a Vannacci di superare il bisogno del consenso degli altri protagonisti. Può costruire un’alleanza con Meloni senza ottenere l’adesione di Meloni, rappresentare la sconfitta degli avversari senza affrontarli e mostrare un’Italia dominante in Europa senza presentare un programma capace di modificare realmente i rapporti di forza. La tecnica richiama la comunicazione politica di Donald Trump, fondata sulla semplificazione estrema, sulla polarizzazione e sulla trasformazione dell’avversario in una figura grottesca o nemica. Vannacci aggiunge però un elemento italiano: l’antica Roma come simbolo di potere, ordine e grandezza perduta. Il neoclassicismo visivo non costituisce un dettaglio estetico. Serve a collegare il malessere contemporaneo a un passato idealizzato nel quale Roma comandava e non chiedeva il permesso a Bruxelles. La complessità delle istituzioni europee viene sostituita da una scena imperiale immediatamente comprensibile.
Il simbolo dei quattro meloni collocati sull’Italia condensa l’intera operazione. Richiama il cognome della presidente del Consiglio, riprende lo scontro verbale con Ursula von der Leyen e moltiplica visivamente la presenza italiana. Vannacci utilizza Meloni come marchio nazionale, ma si attribuisce il ruolo di chi trasforma quel marchio in un progetto di conquista. La scena permette al generale di criticare implicitamente la presidente del Consiglio senza attaccarla direttamente. Il messaggio suggerisce che Meloni rappresenti l’Italia, ma che serva Vannacci per realizzare fino in fondo la promessa sovranista. La premier diventa quindi contemporaneamente alleata, simbolo e bersaglio della campagna. È una strategia politicamente efficace perché consente di mantenere aperte tutte le opzioni. Vannacci può presentarsi come componente naturale del centrodestra quando gli conviene e come alternativa alla sua moderazione quando deve raccogliere il voto di protesta. L’ambiguità non è un limite: è il principale strumento della sua espansione elettorale. Il generale non ha bisogno di rompere formalmente con Meloni. Gli basta convincere una parte degli elettori che lui rappresenti la versione più coerente, aggressiva e autentica delle promesse con cui Fratelli d’Italia è arrivata al governo.
La comunicazione di Vannacci funziona perché trasforma l’Unione europea in un unico soggetto ostile. Commissione, Parlamento, Consiglio, governi nazionali, burocrazie e maggioranze vengono compressi dentro la parola “Bruxelles”. Le differenze istituzionali scompaiono e rimane un centro di potere esterno che impedirebbe all’Italia di decidere liberamente. Questa semplificazione permette di attribuire all’Europa responsabilità molto diverse: crisi industriale, transizione energetica, immigrazione, vincoli fiscali, politica agricola e perdita di sovranità. Non importa che alcune decisioni siano state approvate anche dai governi italiani. Nel racconto propagandistico, Bruxelles agisce e Roma subisce. Vannacci promette di invertire il rapporto. L’Italia non dovrebbe più seguire l’asse franco-tedesco, ma diventare la forza capace di ridefinire gli equilibri continentali. La debolezza politica della Francia e le difficoltà economiche della Germania vengono trasformate nell’occasione storica per un ritorno italiano al centro dell’Europa. La promessa intercetta un sentimento reale, ma non chiarisce quali alleanze, risorse e strumenti sarebbero necessari. Per modificare le regole europee servono maggioranze tra governi, gruppi parlamentari, capacità diplomatica e continuità negoziale. Per competere con Francia e Germania servono industria, energia, finanza, tecnologia e difesa.
Il punto più debole della campagna di Vannacci coincide con il suo elemento più efficace. Il video mostra immediatamente il risultato desiderato, ma non spiega come raggiungerlo. Roma domina, Bruxelles arretra, gli avversari scompaiono e la destra si ricompone intorno a una leadership aggressiva. È una soluzione visiva a problemi che richiederebbero anni di politica industriale e diplomatica. L’intelligenza artificiale elimina la distanza tra promessa e rappresentazione. Il generale non deve dimostrare di essere in grado di conquistare Bruxelles: può semplicemente mostrare Bruxelles già conquistata. La propaganda generativa sostituisce la fattibilità con la potenza dell’immagine. Questo non rende il fenomeno meno importante. Al contrario, dimostra che la politica italiana è entrata in una fase nella quale il programma può essere progressivamente sostituito dalla costruzione di universi simbolici. L’elettore non viene invitato a valutare una proposta, ma a identificarsi con una scena. Vannacci sta costruendo una campagna capace di sottrarre consenso alla Lega, condizionare Giorgia Meloni e attrarre cittadini delusi dall’Unione europea. Resta da comprendere se dietro l’impero digitale, i quattro meloni e le armature romane esista una strategia politica concreta. Per ora, il generale non ha conquistato Bruxelles: ha conquistato l’attenzione degli algoritmi. In una campagna elettorale dominata dalla velocità, dalla polarizzazione e dalle piattaforme, potrebbe essere già un risultato sufficiente per modificare gli equilibri della destra italiana.
Leggi l’analisi completa “Vannacci usa Meloni e l’AI per conquistare la destra e sfidare Bruxelles” su Matrice Digitale.
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